Dimenticate il petrolio: il futuro appartiene agli elettrostati
Chris Stark, lo scozzese alla guida del Mission Control for Clean Growth, evoca l’immagine di un cane che stringe l’osso tra i denti e non lo molla più. È questa tenacia britannica a definire la corsa verso un’economia elettrica pulita: almeno il 95% di fonti rinnovabili nel mix energetico entro il 2030, per poi conquistare le zero emissioni nette al 2050. Non si tratta di vaghi auspici, ma di un piano concreto, ispirato al controllo delle missioni spaziali, che coordina sforzi pubblici e privati per elettrificare il Paese, potenziare l’eolico offshore e tessere una rete di smart grid capace di garantire sicurezza energetica e competitività industriale.
Recentemente, durante un incontro bilaterale a Roma, Stark ha tracciato i contorni di questa rivoluzione. “Cambiare tutto per cambiare tutto”, riassume con lucidità. Nei mesi pre-elettorali del 2024, accettò la sfida laburista: strutturare un team snello all’interno del Dipartimento dell’Energia, focalizzato esclusivamente sulla transizione verde. Approfittando dei ‘colloqui di accesso’ con i funzionari pubblici, ha impresso un ritmo accelerato, abbattendo ritardi burocratici e favorendo partnership con il privato. Il risultato? Il settimo round di aste per l’eolico in mare, il più ambizioso mai lanciato, sta richiamando investitori scettici. Turbine giganti al largo delle coste britanniche, reti intelligenti per distribuire l’energia: un lavoro ingrato, ammette Stark, ma che sta già mordendo l’osso.
Elettrificare l’intera economia rappresenta il passo intermedio cruciale, quel morso preliminare prima del banchetto finale. Perché? Innanzitutto, la decarbonizzazione dipende visceralmente dall’elettricità: trasporti, industrie, riscaldamento domestico – tutto converge verso tecnologie elettriche. Fornita da fonti rinnovabili, questa elettricità azzera l’80% delle emissioni. In secondo luogo, un obiettivo così netto sprona la burocrazia a riformarsi, smantellando ostacoli normativi e ‘connettendo’ l’industria alla griglia. Terzo, e non meno vitale, l’impatto economico: un’ondata di investimenti che genera competitività e posti di lavoro, trasformando la crisi climatica in opportunità.
Da qui emerge la visione profetica degli elettrostati, nazioni che sostituiscono i petrostati nel nuovo ordine geopolitico. Stark avverte: chi installa capacità rinnovabili massive e permea i consumi di elettricità – trasporti, manifattura – dominerà il futuro. L’Asia guida la carica, con la Cina che da sola aggiungerà più rinnovabili di tutto il resto del mondo entro il 2030. Non per altruismo ambientale, ma per un calcolo spietato: l’energia pulita è un affare redditizio, che rende l’economia intrinsecamente competitiva. L’Europa, se esita, rischia irrilevanza manifatturiera e dipendenza perpetua.
Il Regno Unito scommette sul mare, sul vento, sul sole e sulle batterie. Oggi oltre 16 GW di eolico offshore operativi, con l’obiettivo di 40-50 GW entro fine decennio. I costi di generazione sono ai minimi storici, grazie a batterie sempre più economiche. Eppure, l’accesso al capitale resta una barriera: piani come il Warm Homes Plan la abbattono, fornendo pannelli solari e accumuli alle famiglie vulnerabili, democratizzando l’efficienza energetica. Per l’industria pesante, dove le rinnovabili non bastano, arrivano idrogeno verde e cattura del carbonio, per neutralizzare i residui e riconvertire le piattaforme del Mare del Nord. Una spesa onerosa, sì, ma strategica: non solo salva il clima, ma forgia tecnologie pronte per metà secolo, con benefici economici e occupazionali duraturi.
In questo scatto felino verso il Net Zero, il messaggio di Stark è chiaro. L’osso è stretto. Non lo molleranno.







