Diritto alla riparazione, la legge c'è ma i prezzi restano un rebus: le lacune del recepimento italiano
La direttiva UE sul «Right to Repair» andava recepita entro il 31 luglio 2026, ma il decreto italiano presenta ancora nodi irrisolti sui costi dei pezzi di ricambio.
Sulla carta, il principio è chiaro e condivisibile: se un elettrodomestico o uno smartphone si rompe, il consumatore deve poterlo far riparare a condizioni ragionevoli, senza essere di fatto costretto a comprarne uno nuovo. La Direttiva (UE) 2024/1799, nota come Right to Repair, è entrata in vigore il 30 luglio 2024 con questo obiettivo, fissando al 31 luglio 2026 il termine entro cui gli Stati membri avrebbero dovuto adeguare le proprie leggi nazionali. L'Italia ha avviato il percorso — il Consiglio dei Ministri ha approvato uno schema di decreto legislativo il 22 luglio 2025 — ma il testo è ancora in attesa del passaggio parlamentare, e alcune delle sue lacune strutturali iniziano a fare discutere.
La direttiva si applica a una platea di prodotti già sottoposti a requisiti di riparabilità nell'ambito delle norme europee sull'ecodesign: lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi, display elettronici, aspirapolvere, smartphone, tablet e batterie per mezzi di trasporto leggeri. Per questi beni, i produttori saranno obbligati a offrire servizi di riparazione anche dopo la scadenza della garanzia legale, purché la riparazione sia tecnicamente possibile, ed entro un «periodo di tempo ragionevole» e a un «prezzo ragionevole». Chi sceglie di riparare invece di sostituire un prodotto ancora in garanzia, otterrà inoltre un'estensione del periodo di responsabilità del venditore di almeno dodici mesi. Sul piano infrastrutturale, è prevista una Piattaforma Europea della Riparazione online, operativa entro il 1° gennaio 2028, con sezioni nazionali per trovare riparatori e venditori di ricondizionato.
Il punto debole, però, sta esattamente nella parola «ragionevole». La direttiva non definisce alcun tetto massimo al prezzo dei pezzi di ricambio, limitandosi a stabilire che i fabbricanti devono offrirli a condizioni che «non scoraggino la riparazione». Una formulazione vaga, che lascia ampi margini di interpretazione — e, secondo i critici, altrettanto ampi margini di manovra per i produttori. Kilian Kaminski, co-fondatore della piattaforma di elettronica ricondizionata refurbed e membro del consiglio direttivo di EUREFAS, l'Associazione Europea per il Ricondizionamento, è esplicito sul punto: la direttiva non definisce un «prezzo di riparazione equo», che è, a suo dire, «l'unico fattore che decide se la riparazione è più conveniente della sostituzione». Senza un riferimento concreto, il rischio è che la convenienza promessa resti sulla carta.
Un secondo nodo riguarda le deroghe sulla proprietà intellettuale. La norma europea stabilisce che i fabbricanti non possono impedire ai riparatori indipendenti di usare pezzi di ricambio originali, di seconda mano, compatibili o ottenuti tramite stampa 3D — a condizione che siano conformi ai requisiti di legge e alle norme sulla proprietà intellettuale. Proprio questa clausola di conformità preoccupa chi opera nel settore del ricondizionato: potrebbe consentire ai produttori di mantenere pratiche di blocco come l'accoppiamento dei componenti, limitando di fatto l'accesso a ricambi alternativi più economici e preservando un quasi-monopolio sulle riparazioni a favore dei centri assistenza ufficiali.
Nel recepimento italiano emergono ulteriori punti in sospeso. Il decreto legislativo non include attualmente criteri attuativi né misure finanziarie legate all'articolo 13 della direttiva, che obbliga gli Stati membri a introdurre almeno una misura concreta di promozione della riparazione — come i buoni riparazione — entro il 31 luglio 2029. L'Italia prevede invece l'istituzione di un Osservatorio Nazionale sulla Riparazione, un organo di monitoraggio la cui utilità pratica dipenderà molto dai poteri che gli verranno attribuiti.
Lo sfondo è quello dei rifiuti elettronici: 35 milioni di tonnellate stimate ogni anno a livello europeo, un dato che da solo giustifica l'urgenza politica della direttiva. L'economia circolare che la norma intende costruire — prodotti che durano di più, riparazioni accessibili, mercato del ricondizionato strutturato — ha senso tanto sul piano ambientale quanto su quello economico per le famiglie. Ma perché funzioni davvero, i meccanismi devono essere precisi: un «prezzo ragionevole» senza parametri di riferimento rischia di diventare un'espressione senza contenuto, e una piattaforma di riparazione senza incentivi fiscali o economici potrebbe attrarre poca attenzione da parte di chi deve poi usarla.
Il Parlamento italiano dovrà esaminare il decreto nelle prossime settimane. È in quella sede che si capirà se il recepimento resterà una trasposizione formale dell'obbligo europeo o se l'Italia sceglierà di colmare le lacune che oggi rendono la promessa del diritto alla riparazione ancora incompleta.