Social vietati agli under 15 e "patentino" obbligatorio: la proposta dello psicologo al Governo
La Francia ha aperto la strada, e ora in Italia c'è chi chiede di percorrerla fino in fondo — e di aggiungere qualcosa in più. Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente e fondatore dell'Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo (Di.Te.), ha formulato una proposta concreta al Governo: vietare l'accesso ai social network ai minori di 15 anni e, per chi quella soglia la supera, rendere obbligatorio il conseguimento di un «Patentino digitale» prima di aprire il primo profilo. Un percorso certificato a livello nazionale, non facoltativo.
Lavenia si occupa di dipendenze tecnologiche dal 2002 ed è referente tecnico-scientifico per le dipendenze tecnologiche presso il Dipartimento per le Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La sua proposta arriva in un momento in cui il tema è tornato al centro del dibattito europeo: a novembre 2025 il Parlamento Europeo ha chiesto di fissare l'età minima per l'iscrizione ai social a 16 anni, e la Francia ha appena approvato una legge che fissa il limite a 15. La riforma francese — fortemente voluta dal presidente Emmanuel Macron, che l'ha definita «una questione di civiltà» — entrerà in vigore a settembre 2026 per i nuovi profili, e dal 1° gennaio 2027 riguarderà anche gli account già esistenti. La responsabilità del controllo, nella versione francese, ricade sulle piattaforme, non sui genitori o sui ragazzi.
Per Lavenia, però, il solo divieto non basta. Lo psicologo sostiene che le piattaforme digitali non sono contenitori neutri di informazioni: selezionano i contenuti, misurano le reazioni degli utenti, costruiscono percorsi personalizzati per trattenerli il più a lungo possibile. Un obiettivo economico, non educativo. Di fronte a questo, nessuna famiglia può reggere da sola: nessun genitore, per quanto attento, può competere con aziende che investono risorse enormi per analizzare ogni singolo clic. Ecco perché, secondo Lavenia, accanto al divieto serve un percorso formativo strutturato, certificato dallo Stato, che accompagni i ragazzi all'uso consapevole degli ambienti digitali prima ancora di entrarvi.
La situazione italiana, tra norme esistenti e proposte in attesa
In Italia, oggi, un divieto generale per gli under 15 non esiste. La normativa vigente — il D.Lgs 101/2018, che recepisce il GDPR — fissa a 14 anni l'età minima per l'iscrizione autonoma ai social, con il consenso dei genitori richiesto al di sotto. Molte piattaforme adottano come soglia i 13 anni, ma la verifica si basa nella quasi totalità dei casi su un'autodichiarazione, facilmente aggirabile.
Il dibattito politico, tuttavia, si è fatto più intenso. Il governo Meloni ha presentato una bozza di disegno di legge ad aprile 2026 che vieta i social agli under 15 e introduce il parental control obbligatorio su tutti i dispositivi. Il Ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara si è dichiarato favorevole al divieto, sottolineando la necessità di approvare una norma in tempi rapidi. Sul fronte parlamentare si contano diverse proposte: una della deputata leghista Giorgia Latini prevede il divieto sotto i 15 anni e il consenso dei genitori fino ai 18, oltre a programmi di educazione digitale nelle scuole e un osservatorio nazionale. Il Partito Democratico e Noi Moderati hanno depositato a loro volta due disegni di legge distinti nell'aprile 2026.
Il nodo tecnico rimane comune a tutti i sistemi proposti: come verificare l'età degli utenti in modo efficace senza ledere la privacy. Sistemi basati su riconoscimento facciale e intelligenza artificiale sono allo studio, ma forniscono stime probabilistiche, non certezze anagrafiche. In Francia, la ministra responsabile del Digitale Anne Le Hénanff ha indicato strumenti già disponibili come France Identité o Docaposte, lasciando alle piattaforme l'onere di adottarli.
La proposta di Lavenia prova a spostare il baricentro del problema: non si tratta soltanto di stabilire chi può accedere e quando, ma di come si accede. Il patentino digitale, nella sua visione, non è un ostacolo burocratico, ma un atto educativo. Una licenza che si conquista, e che presuppone una preparazione. Un'idea che — tra le molte in campo — introduce un elemento che finora nessuna proposta parlamentare italiana ha reso centrale: la formazione come condizione d'accesso, non come optional.