Sanità privata e RSA, 300mila lavoratori in piazza: "Otto anni senza contratto"
Indumenti intimi appesi all'aria come striscioni, lo slogan "Ci avete lasciato in mutande" scandito davanti ai cancelli del Ministero della Salute. Il 24 luglio 2026 Roma è stata teatro di un presidio nazionale organizzato da Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fp per chiedere il rinnovo dei contratti collettivi nazionali della sanità privata e delle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA). Al centro della protesta una cifra che pesa: circa 300.000 lavoratori — medici, infermieri, operatori sociosanitari, personale di supporto — attendono da anni un contratto aggiornato. Da 8 anni per la sanità privata, da 14 anni per le RSA.
I segretari generali dei tre sindacati — Federico Bozzanca (Fp Cgil), Roberto Chierchia (Cisl Fp) e Rita Longobardi (Uil Fp) — hanno rivolto la propria richiesta direttamente al Governo e alla Conferenza delle Regioni: introdurre regole certe sugli accreditamenti, così che chi eroga servizi pubblici finanziati con risorse pubbliche sia obbligato a rinnovare i contratti collettivi nazionali. Il bersaglio dichiarato è quello che i sindacati chiamano dumping contrattuale: la pratica per cui strutture private accreditate riescono a contenere i costi del lavoro — e quindi a fare profitti — tenendo i contratti fermi mentre i ricavi crescono. Secondo i dati dell'Area Studi Mediobanca, il settore della sanità privata ha registrato ricavi per 13,4 miliardi di euro nel 2024, in crescita del 22% rispetto al 2019. Il fatturato netto 2023 era di 12,02 miliardi, con un utile netto di 449 milioni e quasi 1,8 miliardi di liquidità immediata.
Il divario salariale rispetto alla sanità pubblica è uno dei nodi più concreti della vertenza. Un infermiere del privato guadagna stimativamente circa 500 euro mensili in meno rispetto al collega del pubblico, secondo le stime sindacali. Le associazioni datoriali AIOP e ARIS — controparti negoziali dei sindacati — valutano la differenza tra il 10 e il 12%; le sigle sindacali bresciane parlano invece di una forbice tra il 15 e il 20%. Le cifre variano, ma la direzione è la stessa.
La mobilitazione non è improvvisata. Il 17 aprile 2026 si era già tenuto uno sciopero nazionale della sanità privata e delle RSA, con un'adesione stimata al 70% e una manifestazione in Piazza Santi Apostoli a Roma. Da allora il confronto istituzionale si è mosso, ma a ritmo lento. Il 20 luglio 2026, pochi giorni prima del presidio, si è svolto un incontro tra la FIALS, il Ministero della Salute — rappresentato dal Capo di Gabinetto Marco Mattei — e la Conferenza delle Regioni. In quella sede il Ministero ha confermato l'impegno a riconoscere un incremento uniforme tra il 3,6% e il 3,8% del valore degli attuali DRG (Diagnosis Related Groups, le tariffe con cui il sistema sanitario remunera le prestazioni delle strutture private accreditate). L'operazione dovrebbe passare per un emendamento al decreto legge Pubblica Amministrazione, la cui approvazione in Consiglio dei Ministri è attesa tra il 27 e il 31 luglio.
Ma è proprio questo punto a dividere. Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fp temono che il prossimo decreto PA possa stanziare circa 1,3 miliardi di euro per la sanità privata senza prevedere alcun vincolo al rinnovo dei contratti: più risorse pubbliche alle strutture, insomma, senza garanzie che quelle risorse si traducano in salari più alti per chi ci lavora. Sul fronte negoziale, il Consiglio Nazionale dell'ARIS ha aperto il 16 giugno 2026 cinque tavoli simultanei per i rinnovi contrattuali; il confronto sul CCNL AIOP RSA — che le tre sigle non hanno sottoscritto — è proseguito il 26 giugno, con avanzamenti sull'orario di lavoro ma distanze ancora aperte sulle tutele economiche. Alla mobilitazione ha espresso sostegno anche il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.
Il settore di cui si parla è tutt'altro che marginale nel welfare italiano. Al 1° gennaio 2024 risultavano attivi in Italia 12.987 presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari, con circa 426.000 posti letto complessivi. Nelle strutture operano quasi 395.000 unità di personale, di cui 355.000 dipendenti retribuiti. Il 76% delle strutture è gestito da organismi privati. Sono numeri che raccontano quanto il sistema di cura agli anziani e ai fragili dipenda da lavoratori che chiedono, da anni, di avere un contratto che li riconosca.