Niente schermi sotto i 3 anni: una proposta di legge bipartisan arriva al Senato
Uno smartphone in mano a un bambino di due anni è ormai uno spettacolo comune, spesso giustificato come soluzione rapida a un momento di agitazione o noia. La proposta di legge S.1949, presentata pubblicamente a Palazzo Madama il 23 luglio 2026, vuole trasformare questo scenario: il testo chiede di vietare l'utilizzo di smartphone, tablet e altri dispositivi digitali ai bambini nella fascia 0-36 mesi, con un'attenzione particolare ai servizi educativi pubblici e privati. A promuoverla è la senatrice Simona Malpezzi del Partito Democratico, con il sostegno della Società Italiana di Pediatria (SIP) e della Fondazione Terre des Hommes Italia Ets.
Ciò che rende la proposta subito rilevante sul piano politico è la firma trasversale che ha raccolto: accanto a Malpezzi compaiono Lavinia Mennuni di Fratelli d'Italia, Elsa Pirro del Movimento 5 Stelle e Licia Ronzulli di Forza Italia. Un allineamento raro, che i promotori ritengono possa accelerare l'iter parlamentare, riducendo la necessità di lunghe audizioni. L'obiettivo dichiarato è che il testo venga approvato e trasmesso alla Camera in tempo utile per la Legge di Bilancio, così da stanziare risorse per le campagne informative previste.
Il divieto assoluto riguarda i servizi educativi, non le abitazioni private. La proposta non prevede sanzioni per i genitori che a casa lasciano uno schermo ai figli piccoli: punta invece a orientarli attraverso linee guida nazionali, consulenze nei consultori, nei punti nascita e durante i bilanci di salute pediatrici, con un'azione informativa che inizia già in gravidanza, nei corsi preparto. È prevista anche la formazione dei professionisti sanitari, educativi e sociali sui rischi legati a un'esposizione troppo precoce ai dispositivi digitali.
La base scientifica è curata dalla Commissione Dipendenze Digitali della SIP, che ha condotto una revisione della letteratura internazionale. I dati citati sono precisi e, per certi versi, sorprendenti: ogni trenta minuti aggiuntivi al giorno di dispositivi digitali nei bambini sotto i due anni raddoppia il rischio di ritardo del linguaggio. Un'ora in più di schhermi riduce il sonno di circa quindici minuti nei bambini tra tre e cinque anni. Superare i cinquanta minuti quotidiani aumenta il rischio di ipertensione pediatrica; un uso prolungato è associato a maggiore probabilità di sovrappeso già tra i tre e i sei anni. A questo si aggiungono effetti su attenzione, regolazione emotiva e apprendimento, oltre alla cosiddetta sindrome da visione al computer — affaticamento degli occhi, mal di testa, visione offuscata — che colpisce anche i più piccoli.
La ragione di fondo, spiegano i pediatri, sta nella biologia dello sviluppo: i primi due anni di vita costituiscono una finestra di massima plasticità cerebrale, in cui il cervello ha bisogno soprattutto di relazione, contatto fisico, movimento e interazione con l'adulto. Uno schermo non offre nessuno di questi stimoli nel modo in cui il cervello in formazione li sa utilizzare.
L'Italia non si muove in isolamento. L'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda zero esposizione agli schermi per i bambini sotto l'anno di età e non più di un'ora al giorno per quelli tra i due e i quattro anni. La Francia ha già introdotto, dal 3 luglio 2025, il divieto nelle scuole dell'infanzia e nei luoghi di accoglienza, e sta lavorando a un'estensione all'ambito domestico. In Sicilia un disegno di legge regionale approvato a febbraio 2025 ha fissato il divieto fino ai sei anni, con limitazioni fino ai dodici e possibili sanzioni per i genitori. A livello globale, Australia e Portogallo hanno approvato leggi che restringono l'accesso ai social per i minorenni, mentre Regno Unito, Svezia, Finlandia e Olanda hanno già vietato i cellulari nelle scuole.
Il dibattito, comunque, è aperto. Da un lato c'è chi sottolinea come l'evidenza scientifica sui rischi dell'esposizione precoce sia ormai consistente e giustifichi un intervento normativo; dall'altro, diversi esperti di pedagogia e diritto di famiglia osservano che la regolazione degli ambienti domestici resta un terreno delicato, dove la legge può orientare ma difficilmente sostituire la responsabilità genitoriale. La scelta di non prevedere sanzioni per i genitori sembra tenere conto proprio di questa tensione, privilegiando la via della sensibilizzazione a quella della coercizione. Resta da vedere se, durante l'iter parlamentare, questa impostazione reggerà o se emergeranno richieste di misure più stringenti.