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Medicina generale, il sindacato medici traccia la linea rossa sulla riforma Schillaci

Medicina generale, il sindacato medici traccia la linea rossa sulla riforma Schillaci

La Redazione ·13 maggio 2026 10:14

La medicina generale al crocevia

La riforma della medicina generale rappresenta uno dei dossier più complessi e delicati del sistema sanitario italiano, un terreno dove gli interessi dei professionisti, le esigenze organizzative del Servizio sanitario nazionale e il benessere dei pazienti si intrecciano in modo inestricabile. È in questo contesto che il Sindacato medici italiani ha ribadito con fermezza una posizione che sintetizza il disagio di un'intera categoria: la riforma deve farsi con i medici, non nonostante i medici.

Questa affermazione non è una semplice questione di semantica, ma racchiude una visione profondamente diversa di come dovrebbe procedere il cambiamento. Il sindacato ha chiarito che qualora l'impianto della riforma dovesse continuare a prevedere obblighi unilaterali e lo smantellamento del rapporto fiduciario tra medico e paziente, la mobilitazione della categoria sarà immediata e totale. Non si tratta di una minaccia retorica, ma di una dichiarazione di principio su questioni che toccano il cuore della pratica medica.

Il nodo degli orari e della prossimità della cura

Uno dei punti più critici riguarda il tentativo di imporre un debito orario obbligatorio all'interno delle case di comunità. La posizione del sindacato è netta: questa imposizione sottrarrebbe coattivamente i medici dal territorio e dai propri studi, svuotando di significato la prossimità della cura. In altri termini, riempire le strutture con professionisti obbligati a presenziarvi non produce beneficio reale, anzi rischia di penalizzare proprio coloro che più necessitano di una medicina di prossimità—gli anziani e i pazienti fragili.

Questa critica tocca un aspetto fondamentale della medicina generale italiana: la sua forza storica risiede nella capacità di essere vicina, accessibile, radicata nel territorio. Quando questa caratteristica viene compromessa da vincoli orari rigidi e da logiche amministrative, il sistema perde efficacia proprio dove dovrebbe guadagnarne.

La questione economica e contrattuale

Sulla frontiera economica, il dibattito si fa ancora più acuto. Il sindacato rigetta fermamente il principio di una retribuzione prevalentemente legata al raggiungimento di obiettivi. Pur riconoscendo che i target possono fungere da premio incentivante, la categoria sostiene che non possono intaccare la quota capitaria fissa—quella componente retributiva che copre il rischio d'impresa intrinseco alla professione medica.

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Questa posizione riflette una comprensione della natura del lavoro medico che va oltre la semplice misurazione della produttività. La medicina generale comporta incertezze, responsabilità diffuse, e una dimensione di presa in carico che non si riduce a indicatori numerici. La quota fissa rappresenta il riconoscimento di questa complessità.

Il doppio canale e la transizione universitaria

Su temi più strutturali, come il doppio canale che permetterebbe ai medici di scegliere tra dipendenza dal Servizio sanitario nazionale e mantenimento della convenzione, il sindacato si dichiara aperto al dialogo, ma con condizioni precise. La transizione universitaria della formazione medica è accolta con favore, purché accompagnata da garanzie concrete.

In particolare, il sindacato richiede l'applicazione immediata della clausola di equipollenza diretta per tutti i medici già formati sul campo con almeno cinque anni di esperienza. Questa misura consentirebbe loro di accedere alla dipendenza senza ulteriori ostacoli burocratici. Tuttavia, la categoria respinge fermamente l'idea di equivalenze generiche che aprirebbero le porte della medicina generale a professionisti provenienti dall'ambito ospedaliero, senza le competenze specifiche richieste.

Le rivendicazioni finali e il quadro normativo

Il sindacato ha avanzato ulteriori rivendicazioni che disegnano il perimetro di una riforma equa. In primo luogo, chiede l'abolizione del Ruolo unico, introdotto dalla legge Balduzzi, ritenuto la principale causa dell'abbandono della professione da parte dei giovani medici a causa della sua rigidità oraria. Questa norma, nata con intenti di razionalizzazione, ha paradossalmente prodotto l'effetto opposto: allontanare i nuovi professionisti dalla medicina generale.

Infine, il sindacato richiede il pieno rispetto delle prerogative dell'Accordo collettivo nazionale e l'estensione ai medici in convenzione di tutele storiche e concrete: protezione dagli infortuni sul lavoro, diritto alle ferie, assistenza per malattia e maternità. Queste non sono concessioni straordinarie, ma diritti elementari che rispecchiano il principio di equità professionale.

Il messaggio complessivo è chiaro: una riforma della medicina generale non può realizzarsi mediante diktat amministrativi, ma richiede un dialogo autentico dove i professionisti siano riconosciuti come attori essenziali, non come esecutori di direttive. Solo su questa base è possibile costruire un sistema che sia contemporaneamente efficiente, equo e capace di preservare la qualità della cura.

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