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Sanità

Ghiaccio, permafrost e virus antichi: quali rischi può riportare in superficie il riscaldamento globale

La Redazione ·23 maggio 2026 10:23

Il caldo che avanza nell’Artico non sta soltanto ridisegnando paesaggi e habitat. Sta anche aprendo, lentamente ma con una forza crescente, una sorta di archivio biologico sepolto nel ghiaccio da migliaia, talvolta milioni di anni. È qui che si nasconde la vera inquietudine: nel permafrost e nei ghiacci si conservano microorganismi che, in condizioni favorevoli, possono tornare attivi. La gran parte non ha alcun interesse per la salute umana. Ma il punto è un altro. Basta un solo agente patogeno capace di trovare un nuovo varco perché il rischio cambi dimensione.

Il fenomeno, in sé, non è sorprendente per la microbiologia. Molti virus e batteri sanno restare sospesi per lungo tempo in uno stato di quiescenza, quasi in letargo, come accade anche nei congelatori dei laboratori a temperature molto basse. Quando l’ambiente torna compatibile con le loro esigenze, possono riattivarsi. Il problema è che il riscaldamento globale, soprattutto nelle regioni artiche, sta accelerando la fusione di ghiaccio e permafrost, liberando materiali biologici rimasti intrappolati per epoche intere. A rendere tutto più delicato contribuiscono anche le attività estrattive, dalle perforazioni per il petrolio all’estrazione mineraria, che possono portare lavoratori e comunità a contatto diretto con strati profondi del terreno dove potrebbero annidarsi patogeni sconosciuti o dimenticati.

L’idea di una minaccia “addormentata” nel ghiaccio non appartiene più soltanto alla fantascienza. In alcune aree del pianeta, ogni anno il disgelo rilascia quantità enormi di microbi, e la quasi totalità non rappresenta un pericolo per l’uomo. Eppure la dimensione del fenomeno conta, perché amplia le probabilità dell’eccezione. La preoccupazione scientifica non nasce dalla quantità, ma dalla possibilità che emerga l’elemento giusto nel momento sbagliato: un patogeno in grado di incontrare una popolazione senza difese immunitarie specifiche. Per questo oggi il rischio globale viene considerato basso, ma non nullo. E soprattutto non statico.

Un precedente, nella storia recente, c’è stato. Nella penisola di Yamal, in Siberia, un’epidemia di antrace colpì le renne e si estese anche agli esseri umani, causando una morte tra i più giovani. Quel caso mostrò con chiarezza che il gelo può custodire molto più del silenzio. Il batterio responsabile, Bacillus anthracis, ha infatti una straordinaria capacità di sopravvivere nel terreno sotto forma di endospore, strutture protettive che restano vitali per lunghissimo tempo. In quell’occasione, il ritorno del caldo fece riaffiorare i resti infetti di un animale morto decenni prima, liberando spore che avevano atteso per anni l’occasione di riattivarsi. Episodi simili non sono diventati la norma, ma hanno mostrato quanto fragile possa essere il confine tra inattività e contagio.

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Da qui nasce anche la domanda più temuta: potrebbero tornare malattie considerate cancellate, come il vaiolo? Il variola virus, responsabile del vaiolo umano, è stato dichiarato eradicato ormai da decenni, e questo resta uno dei grandi successi della medicina moderna. Tuttavia, frammenti di Dna riconducibili a quel virus sono stati trovati in reperti conservati nel gelo siberiano, segno che il passato infettivo del pianeta non è del tutto sepolto. Finora non sono state ritrovate particelle virali integre e capaci di infettare, ma il tema rimane delicato. Il punto critico non è soltanto la possibilità teorica di riemersione; è anche la preparazione del presente. Le scorte di vaccino esistono, ma la capacità di produrre rapidamente quantità enormi di vaccino tradizionale in caso di emergenza è limitata, e questo obbligherebbe a ricorrere a tecnologie più nuove e flessibili.

Più improbabile, ma non impossibile, è il ritorno di virus influenzali antichi. Il loro materiale genetico, essendo a Rna, resiste meno bene del Dna del vaiolo. Eppure anche qui il gelo ha restituito indizi inquietanti: resti della Spagnola, la pandemia del 1918-1919, sono emersi dal permafrost in condizioni straordinariamente ben conservate. In Alaska, perfino il corpo di una donna inuit sepolta per quasi ottant’anni ha permesso di ricostruire il genoma del virus. Non si sono però trovate particelle integre in grado di trasmettersi da persona a persona. Il messaggio è chiaro: la memoria genetica può sopravvivere, ma la minaccia biologica non è automaticamente pronta a ripartire.

C’è poi un altro capitolo, forse il più suggestivo e il più ambiguo: quello dei cosiddetti virus zombie. Il nome è spettacolare, quasi da romanzo, ma indica particelle giganti che, dopo decine di migliaia di anni nel permafrost, hanno dimostrato di poter infettare cellule di ameba. È facile lasciarsi trascinare dall’immagine. Più utile, invece, è guardare al dato reale: l’antichità di questi agenti non coincide di per sé con una loro pericolosità per l’uomo, ma il fatto che ne siano stati trovati in luoghi diversi suggerisce che il ghiaccio possa custodire una biodiversità microbica ancora poco esplorata. E più si cerca, più si scopre che il catalogo del passato è tutt’altro che completo.

Dentro questa stessa storia di rischio, però, si nasconde anche una possibilità inattesa. Alcuni batteri riemersi da ambienti ghiacciati, risalenti a migliaia di anni fa, hanno mostrato una resistenza notevole agli antibiotici e, al tempo stesso, la capacità di produrre sostanze antimicrobiche proprie. È un paradosso solo apparente. Da queste caratteristiche si potrebbero ricavare spunti per nuovi farmaci, proprio in un’epoca in cui l’antibiotico-resistenza è una delle grandi emergenze sanitarie globali. Così, la crisi climatica e la resistenza ai medicinali rischiano di alimentarsi a vicenda, ma la ricerca potrebbe trasformare una minaccia in una chiave di risposta. Il ghiaccio, insomma, non restituisce soltanto paure. A volte consegna anche strumenti inattesi per affrontarle.

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