Una singola dose di psilocibina ha temporaneamente riacceso in una donna di 80 anni con Alzheimer avanzato alcune capacità che sembravano ormai perdute da anni. Il caso, osservato da un gruppo di ricercatori brasiliani, suggerisce che anche nelle fasi più avanzate della malattia possano restare intatte alcune funzioni, pronte forse a riemergere per un breve tratto di tempo.
La donna, gravemente compromessa dall’Alzheimer, aveva mostrato un quadro di forte disabilità prima dell’intervento. Dopo l’assunzione della sostanza psichedelica presente in alcuni funghi allucinogeni, nel giro di 19 ore è stata in grado di sostenere conversazioni di circa un’ora sulla propria vita. Prima dello studio riusciva a scambiare soltanto una o due parole alla volta. Il cambiamento non è stato solo linguistico: la paziente ha ripreso a manifestare emozioni, ha reagito agli stimoli umoristici e ha mostrato una presenza relazionale che da tempo sembrava svanita.
Anche sul piano pratico i segnali sono stati sorprendenti. La psilocibina ha migliorato il controllo della vescica durante la notte e la donna ha ricominciato a vestirsi da sola. Alcuni di questi progressi sono durati per settimane; altri sono rimasti visibili anche dopo una seconda dose, più bassa della prima. È un dettaglio che pesa, perché racconta non una guarigione, ma una riattivazione temporanea di funzioni ancora presenti, seppure in uno stato latente.
Proprio qui sta il punto più interessante del caso. La sostanza non ha curato l’Alzheimer, e i ricercatori lo hanno chiarito senza ambiguità. Eppure l’osservazione apre uno spazio nuovo: dimostra che, almeno in alcuni pazienti, il cervello può conservare capacità funzionali anche nelle fasi avanzate della malattia, e che queste potrebbero essere rimesse in moto in condizioni particolari. Non è una risposta definitiva. È una fessura nella rigidità della diagnosi, un indizio che merita ulteriori studi.







