Il caso del cosiddetto miele da sballo riaccende l’attenzione su un fenomeno che, per chi lavora da anni nel campo delle dipendenze, non ha nulla di nuovo e proprio per questo merita di essere guardato con lucidità. La sostanza ingerita dal 17enne della provincia di Napoli finito in coma non rappresenterebbe una novità assoluta nel panorama delle droghe, ma piuttosto una delle molte forme con cui la cannabis può essere assunta, in un contesto in cui la concentrazione di Thc è cresciuta in modo significativo rispetto al passato.
Il punto, però, non è soltanto chimico. È culturale, sociale, generazionale. Una modalità come questa può apparire meno traumatica, più accettabile, quasi più innocua agli occhi di chi si avvicina alla cannabis senza percepirne fino in fondo i rischi. Ed è proprio qui che si annida la preoccupazione maggiore: quando una sostanza viene normalizzata, il passaggio verso consumi più pesanti diventa più facile da immaginare, più difficile da intercettare. In questa lettura, il miele da sballo non è un episodio isolato, ma un possibile varco. Un primo passo. E, per alcuni, l’inizio di una traiettoria che può portare ad altre sostanze.
Tra le sostanze che destano l’allarme più forte c’è il crack, indicato come una presenza sempre più diffusa tra i più giovani e particolarmente difficile da contrastare anche sul piano terapeutico. La sua forza eccitante, unita alla rapida deteriorazione fisica e psicologica che può provocare, rende il lavoro di cura complesso e spesso frustrante. I ragazzi che ne fanno uso peggiorano in fretta, e la sensazione di impotenza degli operatori racconta quanto sia spietata questa dipendenza quando prende spazio nella vita di un adolescente o di un ventenne.
Dentro questo scenario, l’idea che la tossicodipendenza riguardi solo determinati ambienti sociali appare sempre più fragile. La droga, in questo senso, non distingue per reddito, istruzione o status. Attraversa contesti diversi e colpisce persone lontane tra loro per biografia e condizioni economiche. Ciò che fa davvero la differenza non è soltanto la sostanza assunta, ma anche la vulnerabilità individuale, la struttura cerebrale, la storia personale, il modo in cui ciascuno reagisce all’esposizione. È lì che si decide molto, forse tutto. E per questo il dibattito non può fermarsi all’ennesima etichetta sensazionalistica: deve guardare alla realtà del consumo, alla sua attrattiva per i più giovani e al confine sempre più sottile tra sperimentazione e discesa nella dipendenza.







