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Gli urtisti tornano al Colosseo: il Consiglio di Stato dà torto a Roma Capitale
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Gli urtisti tornano al Colosseo: il Consiglio di Stato dà torto a Roma Capitale

Con una sentenza del 28 luglio 2026, il Consiglio di Stato ha ordinato il reinsediamento dei venditori storici nelle postazioni monumentali, annullando undici anni di delocalizzazioni.

La Redazione ·6 agosto 2026 8:07 ·3 min di lettura

Il primo banco è ricomparso di fronte al Colosseo il 3 agosto scorso. Per chi passava, forse, sembrava un dettaglio minore. In realtà segnava la fine di undici anni di battaglie legali e il punto di partenza di una vicenda che costringerà Roma Capitale a rimettere mano a scelte compiute da tre amministrazioni consecutive. Il Consiglio di Stato, con una sentenza del 28 luglio 2026, ha dato piena ragione agli urtisti, ribaltando le precedenti pronunce del TAR del Lazio e annullando le delocalizzazioni disposte dal Campidoglio.

Gli urtisti — detti anche peromanti o perromanti — sono una figura che a Roma esiste dalla fine dell'Ottocento. Il mestiere nacque per concessione papale e consentì alle famiglie ebraiche della città, escluse da molte altre attività economiche fuori dal Ghetto, di vendere oggetti devozionali e souvenir a pellegrini e turisti. Il nome deriva dall'abitudine di richiamare l'attenzione dei passanti con un piccolo colpo della cassetta di mercanzia. La professione si è tramandata di generazione in generazione, tanto che nel 2018 la Regione Lazio l'ha riconosciuta patrimonio culturale immateriale di Roma.

Eppure, a partire dal novembre 2014, sotto la giunta Marino, questi stessi venditori vennero progressivamente allontanati dalle loro postazioni storiche — Colosseo, Fori Imperiali, Pantheon, Fontana di Trevi, San Pietro, Piazza di Spagna, Piazza Navona, Circo Massimo, San Paolo — in nome del decoro del Centro storico. Le amministrazioni Raggi e Gualtieri mantennero quella linea. Gli urtisti finirono in aree periferiche rispetto ai grandi flussi turistici, come San Gregorio, dove le rotazioni lasciavano a ciascuno soltanto pochi giorni di lavoro al mese per mancanza di spazio. Una condizione che molti di loro hanno definito di fatto insostenibile.

La sentenza del Consiglio di Stato smonta quella impostazione nel merito. I giudici hanno rilevato un «fraintendimento» tra la tutela dei singoli beni storico-culturali e il rispetto delle norme europee sulla libera prestazione dei servizi commerciali: le attività di acclarato valore storico, si legge nella pronuncia, rientrano a pieno titolo nella gestione del patrimonio del Comune e non possono essere trattate come un elemento di degrado da eliminare. Il tribunale ha quindi ordinato il reinsediamento provvisorio e immediato degli operatori aventi titolo — il cui numero complessivo risulta dalla stessa sentenza — nelle postazioni originarie, compresi i siti monumentali di maggior pregio, e ha imposto a Roma Capitale di individuare, in accordo con le parti, gli stalli definitivi nell'ambito delle aree d'interesse del territorio comunale, nel rispetto della valenza storica riconosciuta alla categoria.

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La decisione mette in discussione anche il piano del commercio del Municipio I, che negli anni aveva tentato di riordinare numero e ubicazione delle postazioni. Il Campidoglio si trova ora a dover ricostruire da capo un quadro regolatorio che la sentenza ha di fatto azzerato.

Angelo Pavoncello, portavoce degli urtisti, ha definito il ritorno immediato nelle postazioni un «atto provocatorio», pur dichiarando la piena disponibilità a collaborare con l'Amministrazione per trovare una soluzione condivisa sulle allocazioni definitive. La ripresa delle attività avverrà in modo graduale, con l'intenzione di presentare un'immagine nuova e unitaria dei banchi, in dialogo con il Comune. Sul fronte istituzionale, resta aperta la questione del ruolo della Soprintendenza: le sue posizioni in materia di tutela monumentale potrebbero influire sull'esito delle trattative sulle postazioni definitive, e il confronto tra le diverse competenze amministrative si preannuncia tutt'altro che lineare.

Per i cittadini e i turisti che frequentano il Centro storico, il cambiamento è già visibile: i banchi che per oltre un decennio erano stati cancellati dall'orizzonte dei monumenti più visitati al mondo stanno tornando a occupare quello spazio. Per Roma Capitale, invece, si apre una fase di incertezza: la sentenza riapre il confronto sul decoro urbano, garantisce tutela lavorativa a una categoria che il diritto ha scelto di proteggere, e impone al Comune di sedersi al tavolo — questa volta, senza la possibilità di chiudere la porta.

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