Sette lavoratori su sette irregolari: 23.000 euro di multa a un locale di Ladispoli
La Guardia di Finanza ha controllato un esercizio di cibi da asporto a Ladispoli: nessun dipendente era in regola. Sanzioni per oltre 23.000 euro.
Un controllo, sette dipendenti irregolari su sette, una sanzione che supera i 23.000 euro. È il bilancio dell'operazione condotta il 5 agosto 2026 dalla Guardia di Finanza di Roma, attraverso la Compagnia di Ladispoli, presso un esercizio commerciale della cittadina costiera specializzato nella vendita di cibi da asporto. Un caso che, per la sua completezza — nessun lavoratore risultava in regola — restituisce con precisione il profilo di un fenomeno che nel Lazio riguarda quasi nove aziende ispezionate su dieci.
Secondo quanto accertato dai finanzieri, due dei sette lavoratori presenti erano impiegati completamente in nero: nessuna comunicazione preventiva di assunzione, come prevede la legge. Per i restanti cinque la situazione era formalmente diversa ma ugualmente irregolare: venivano retribuiti in contanti, senza tracciabilità, e il Libro Unico del Lavoro — il registro che ogni datore è obbligato a tenere aggiornato — risultava gestito in modo non conforme. In entrambi i casi, i lavoratori si trovavano privi delle tutele previdenziali di base: copertura per infortuni e malattia, diritto alla maternità, maturazione dei contributi pensionistici.
Gli approfondimenti fiscali e contributivi hanno aggiunto altri elementi al quadro. All'esercente vengono contestate l'omessa ritenuta d'acconto su somme erogate ai dipendenti per quasi 4.000 euro e il mancato versamento all'erario di ritenute già operate per oltre 8.500 euro: un cumulo che ha pesato in modo significativo sulla determinazione del pacchetto sanzionatorio finale.
Le sanzioni contestate includono la cosiddetta maxisanzione per l'impiego di lavoratori senza preventiva comunicazione di assunzione, le penalità legate al pagamento non tracciabile degli stipendi e quelle per la gestione irregolare del Libro Unico del Lavoro. Da marzo 2024, dopo la riforma introdotta dal Decreto Legge n. 19/2024 — il cosiddetto PNRR-quater, convertito nella Legge n. 56/2024 — gli importi della maxisanzione sono stati aumentati del 30%. Oggi variano, per singolo lavoratore irregolare, da un minimo di 1.950 euro a un massimo di 46.800 euro, calcolati per scaglioni e non più in proporzione ai giorni di irregolare occupazione. Quando al lavoro nero si aggiunge anche il pagamento in contanti, la maxisanzione si cumula con la sanzione per mancata tracciabilità delle retribuzioni, prevista dall'articolo 1, comma 913, della Legge 205/2017.
Il Lazio e il lavoro irregolare: i numeri del 2025
Il caso di Ladispoli non è isolato, né per tipologia né per settore. Nel 2025, l'Ispettorato Nazionale del Lavoro ha effettuato nel Lazio 13.389 accessi ispettivi, riscontrando irregolarità in oltre il 87,7% delle ispezioni definite: 6.315 aziende su 7.204 controllate. Sono stati individuati oltre 1.200 casi di lavoro completamente in nero, contestati più di 31,7 milioni di euro di contributi previdenziali non versati e oltre 1,3 milioni di euro di premi assicurativi omessi. Il settore terziario — commercio, ristorazione, servizi — è risultato quello con il maggior numero di controlli, con 7.291 accessi.
Dietro i numeri ci sono due ordini di conseguenze concrete. Per i lavoratori irregolari, l'assenza di contribuzione significa nessuna rete di protezione in caso di infortunio o malattia, nessun diritto alla maternità, una pensione che non matura o matura in modo ridotto. Per le imprese che operano correttamente, il lavoro sommerso rappresenta una forma di concorrenza sleale: chi non paga contributi e non rispetta le norme sul lavoro può praticare prezzi che chi è in regola non può permettersi. Un vantaggio competitivo costruito sull'illegalità, a danno dei lavoratori e del mercato nel suo insieme.