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Sette giorni senza smartphone: al Joy summer camp la disconnessione diventa esperienza educativa

Sette giorni senza smartphone: al Joy summer camp la disconnessione diventa esperienza educativa

La Redazione ·11 giugno 2026 4:07

Per sette giorni lo smartphone scompare dalla scena, e al suo posto entrano il corpo, la voce, il gioco. Al Joy summer camp i ragazzi consegnano il telefono all’arrivo e lo rivedono solo per una breve finestra quotidiana dedicata a chiamare i genitori: un gesto semplice, ma sufficiente a cambiare il ritmo delle giornate e a riportare al centro ciò che spesso resta sullo sfondo, cioè il rapporto diretto con gli altri.

L’idea del progetto è netta: non demonizzare la tecnologia, ma sottrarla per un tempo limitato a una quotidianità dominata da notifiche, chat e contenuti incessanti. Il campo, promosso da Sport senza frontiere e attivo dal 2017, lavora con minori dai 4 ai 16 anni e dedica un’attenzione particolare anche ai ragazzi che vivono situazioni di fragilità sociale. La scelta di spegnere gli schermi non è un gioco provocatorio. È una proposta educativa precisa, costruita per restituire tempo pieno a sport, laboratori, teatro e relazioni reali.

Il contesto rende la sperimentazione ancora più significativa. In Italia, il tema dell’uso improprio del telefono tra gli adolescenti è diventato una preoccupazione concreta per famiglie e scuole, anche per le possibili ricadute su sonno, concentrazione e qualità dei rapporti personali. Dentro questo scenario, un campo senza smartphone non appare come una curiosità estiva, ma come una risposta pratica a un’abitudine che ha ormai invaso la vita quotidiana di molti ragazzi.

Il primo giorno, naturalmente, non è sempre semplice. Alcuni salutano gli amici con gli ultimi messaggi, altri guardano il telefono come si guarda un oggetto familiare che improvvisamente non è più a portata di mano. Ma è proprio in questa piccola frattura che il progetto trova il suo senso. Per molti più giovani il cellulare non è solo uno strumento: è identità, appartenenza, svago, conferma immediata. Togliere lo schermo significa, per un attimo, togliere anche un modo abituale di stare nel mondo.

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Poi però la giornata si riempie. Sport, giochi, attività espressive e momenti di condivisione iniziano a occupare il vuoto lasciato dal telefono, e quel vuoto smette di sembrare una mancanza. All’inizio i ragazzi contano i minuti che li separano dalla telefonata concessa ai genitori; dopo qualche giorno, spesso, succede il contrario. Sono gli educatori a ricordare che è arrivato il momento di riconsegnare il dispositivo. La soglia cambia. Il bisogno di controllo si allenta. Al suo posto cresce una presenza più concreta, fatta di corpi in movimento e sguardi che finalmente si incontrano davvero.

La trasformazione si vede anche in modo diverso a seconda dell’età. I bambini più piccoli, abituati a usare il telefono soprattutto per giocare, si adattano con relativa facilità quando trovano attività capaci di coinvolgerli sul piano ludico ed emotivo. Più delicato è il passaggio per i ragazzi tra i 13 e i 16 anni, per i quali il telefono è spesso una protesi sociale, il luogo in cui la relazione continua anche quando il gruppo non è fisicamente presente. Eppure, proprio alla fine della settimana, sono spesso loro a riconoscere con maggiore lucidità quanto quella pausa abbia alleggerito il peso della connessione continua.

Joy, però, non è solo un esercizio di disciplina digitale. Il campo accoglie anche minori provenienti da contesti economici difficili e ragazzi segnati da esperienze traumatiche, compresi giovani arrivati da zone di guerra come Ucraina e Gaza. Quest’anno il filo conduttore è la pace, sviluppata attraverso attività che favoriscono ascolto, riflessione ed espressione personale. In questo quadro il teatro diventa un passaggio decisivo: non una semplice prova finale, ma un modo per dare forma a ciò che durante la settimana è stato vissuto e condiviso. Chi è più timido trova uno spazio protetto; chi ha più energia trova un canale per dirla senza disperderla.

È qui che il progetto mostra la sua forza più evidente. Non promette di risolvere in sette giorni il rapporto complesso tra adolescenti e tecnologia. Non pretende di cancellare abitudini radicate. Fa qualcosa di più concreto: mostra che una vita piena senza schermi è possibile, e che il telefono può tornare a essere uno strumento, non il centro della giornata. Per i ragazzi è una scoperta. Per gli adulti, una conferma importante: mettere dei limiti non significa aprire un conflitto, ma offrire una misura.

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