A Rebibbia arriva una Casa della comunità: cure da SSN dentro il carcere
Un poliambulatorio di prossimità, modellato sugli standard del Servizio Sanitario Nazionale, aprirà i battenti all'interno del carcere di Rebibbia. La Giunta regionale del Lazio ha approvato la delibera — proposta dal presidente Francesco Rocca — per la realizzazione di una Casa della comunità all'interno del fabbricato A dell'istituto penitenziario romano. Per chi è recluso a Rebibbia, significa poter accedere a cure specialistiche e continuità terapeutica senza dover uscire scortato. Per il sistema sanitario regionale, è un tentativo di estendere dentro le mura un modello che fuori si sta costruendo con i fondi del PNRR.
Il progetto nasce da un protocollo d'intesa tra il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP), la ASL Roma 2 e la Regione Lazio. È la ASL Roma 2 — già responsabile del servizio sanitario nella Casa di reclusione di Rebibbia — a guidare l'operazione sul piano economico e gestionale: il 17 luglio 2026 ha ricevuto dalla Regione un finanziamento di 3.642.872 euro per allestire gli spazi, acquistare i macchinari e garantire il personale medico, infermieristico e specialistico. I locali del carcere saranno concessi in uso gratuito per trent'anni, rinnovabili per altri venti.
Le Case della comunità sono strutture introdotte dal Decreto Ministeriale n. 77 del 23 maggio 2022 e finanziate attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il loro obiettivo, fuori dal carcere come dentro, è portare l'assistenza sanitaria più vicino alle persone, alleggerendo la pressione su ospedali e pronto soccorso con un approccio multidisciplinare e integrato. Applicare questo modello a una struttura detentiva rappresenta, secondo i promotori, una sperimentazione inedita in Italia: la fase operativa è avviata da agosto 2025, la delibera odierna consolida sul piano formale quanto già in costruzione.
In concreto, la struttura di Rebibbia integrerà servizi medici, specialistici e infermieristici interni, riducendo la necessità di trasferimenti esterni — quelli che richiedono scorte, mezzi e tempi burocratici — e migliorando la continuità terapeutica per i detenuti. Tra le prestazioni previste ci sono anche terapie farmacologiche a rilascio prolungato per la gestione delle dipendenze da sostanze, una soluzione che limita le criticità della somministrazione quotidiana e libera risorse per percorsi di counseling e supporto psicologico.
Il Capo del DAP, Stefano Carmine De Michele, ha sintetizzato la filosofia dell'iniziativa con una formula che bilancia efficienza e diritti: «Efficienza e rispetto della dignità umana sono alla base degli sforzi dell'Amministrazione Penitenziaria per dare risposte concrete al diritto alla salute delle persone detenute». Rocca, dal canto suo, ha parlato di «un atto di civiltà», ricordando di aver trovato al suo insediamento «una situazione sconcertante» nella sanità carceraria del Lazio, e di considerare il diritto alla cura «lo specchio del livello di progresso civile di una comunità».
La delibera di oggi si inserisce in un percorso avviato dalla Regione già il 7 luglio 2025, quando era stato approvato un documento sulla riorganizzazione dei servizi sanitari in ambito penitenziario nel Lazio, con l'obiettivo di potenziare il supporto alle ASL che operano negli istituti di pena. Nel Lazio ce ne sono quattordici, con circa 6.800 detenuti complessivi: un universo sanitariamente rilevante, spesso invisibile al dibattito pubblico.
Sul merito dell'iniziativa il consenso trasversale sembra ampio — difficile opporsi al principio che un detenuto malato abbia diritto a cure adeguate, sancito peraltro dalla Costituzione. Le domande aperte riguardano semmai l'attuazione: la capacità della ASL Roma 2 di garantire standard omogenei rispetto alle strutture territoriali ordinarie, i tempi di allestimento effettivo del poliambulatorio e la possibilità che il modello venga replicato negli altri tredici istituti della regione. Su quest'ultimo punto, per ora, nulla è stato annunciato. Rebibbia rimane un caso pilota, e il suo successo o insuccesso peserà sull'eventuale estensione del progetto.