Ravello, donne, impresa e coraggio contro la violenza
Nel cuore della Costiera Amalfitana, una serata nata per celebrare il talento femminile ha finito per raccontare molto di più: il valore dell’impresa, la forza delle tradizioni e la necessità di non abbassare mai la guardia contro la violenza di genere. Al Caruso di Ravello, tra la piscina e il paesaggio sospeso della bellezza mediterranea, "Chi dice Donna dice Dono" ha intrecciato voci, sapori e storie diverse in un unico racconto, intenso e coerente. Un racconto che non ha cercato effetti speciali, ma verità. E proprio per questo ha lasciato il segno.
L’idea dell’incontro è nata con un obiettivo chiaro: affiancare al clima conviviale delle Ditirambo Nights un contenuto capace di andare oltre la serata, di trasformare l’eleganza dell’ospitalità in un gesto di responsabilità. La formula è risultata immediata e potente. Da una parte le produttrici, le artigiane, le amministratrici e le donne che ogni giorno costruiscono valore nei propri territori; dall’altra le associazioni che operano accanto a chi deve ricominciare dopo la violenza. In mezzo, il pubblico, partecipe e silenziosamente coinvolto, chiamato non solo ad assistere ma ad ascoltare.
La componente enologica ha dato corpo a questa narrazione attraverso quattro cantine campane, ciascuna portatrice di una storia distinta e profondamente radicata nel proprio territorio. Marisa Cuomo, con la figlia Dorotea, ha ripercorso l’inizio di un’avventura nata da un dono del marito Andrea Ferraioli e cresciuta fino a diventare un riferimento della viticoltura eroica di Furore, dove ogni filare richiede fatica, tecnica e una conoscenza quasi intima della montagna. Teresa Mincione ha raccontato invece una scelta di vita radicale: lasciare la professione di avvocato per dedicarsi alla vigna, costruendo un’identità produttiva che nel Pallagrello unisce precisione, eleganza e appartenenza al Casertano. Dal Cilento è arrivata Francesca Scairato, giovane produttrice legata a Castel San Lorenzo, con un racconto fatto di vitigni locali, pranzi di famiglia e continuità con le abitudini del luogo. Accanto a lei, Paola De Conciliis e Giovanni Tanu hanno portato l’esperienza di una cantina che ha contribuito a dare riconoscibilità al vino cilentano, mentre Antonio Amato e Antonio D’Oro, referenti AIS Campania per la Costa d’Amalfi, hanno sostenuto il filo narrativo che univa le diverse aree produttive.
Ma la serata non si è fermata al vino. Ha scelto di allargare lo sguardo alla cucina, all’artigianato e alla memoria dei gesti tramandati. A Gioi Cilento e Felitto, Carmelina, Carla, Paula e Laura hanno mostrato la lavorazione tradizionale dei fusilli fatti a mano, restituendo al pubblico un sapere che vive nella pratica quotidiana e nella trasmissione familiare. Non era solo pasta. Era un frammento di cultura, un piccolo rito domestico diventato esperienza condivisa. Attorno a loro, la presenza della sindaca di Gioi, Maria Teresa Scarpa, del sindaco di Felitto, Giuseppe Scorza, e di Daniele D’Urso, titolare del forno Gioie di Pane, ha rafforzato l’idea che le economie dei piccoli centri possano vivere proprio quando amministrazioni, imprese e saperi locali dialogano senza formalismi.
A dare forma al percorso gastronomico è stato l’Executive Chef del Caruso, Armando Aristarco, con il supporto del Sous Chef Christian Di Sario. I fusilli e i vini selezionati hanno costruito una cena che non inseguiva l’effetto scenografico, ma la precisione del racconto: la Campania come terra di province differenti, di prodotti riconoscibili, di mani esperte e di identità che si incontrano senza confondersi. Il risultato è stato un equilibrio raro, dove la cucina non ha fatto da sfondo al messaggio, ma ne è diventata parte integrante.
Il momento più forte, però, è arrivato quando la serata ha lasciato spazio alla voce de Le Kassandre, realtà attiva a Ponticelli e impegnata nel sostegno alle donne che hanno vissuto la violenza. La presidente Marianna Hasson, insieme ad Alessia, Stella e Irene, ha raccontato un lavoro che si misura ogni giorno con ostacoli concreti: la mancanza di risorse economiche, la fragilità psicologica, l’isolamento, la difficoltà di denunciare e persino di immaginare un’uscita possibile. Prima della cena è stato proiettato un video dedicato allo spettacolo costruito con donne sopravvissute agli abusi e già portato in scena al Teatro Bolivar di Napoli. Musica mediterranea, danza e testimonianze hanno dato forma a un racconto netto, attraversato da umiliazioni, minacce e aggressioni che spesso maturano lentamente, dentro relazioni che dall’esterno appaiono normali.
Le voci delle protagoniste hanno reso evidente quanto la violenza domestica raramente esploda all’improvviso. Più spesso si insinua, si stratifica, prende la forma del controllo, dell’isolamento, della dipendenza economica. Poi arriva la paura. E la paura, per molte, coincide con il silenzio. In quel momento, il silenzio che ha seguito la proiezione è stato più eloquente di qualunque commento. Solo dopo è partito un applauso lungo, partecipe, quasi liberatorio, rivolto non soltanto alle donne sullo schermo ma anche a chi, ogni giorno, lavora per restituire loro strumenti, protezione e autonomia.
È in questo passaggio che la serata ha rivelato la sua forza più autentica. Non nel mettere insieme ingredienti prestigiosi o nomi noti, ma nel mostrare come una serata di gusto possa diventare un dispositivo narrativo capace di tenere insieme impresa, territorio e impegno civile. La bellezza della Costiera Amalfitana non è stata un semplice sfondo: ha amplificato il contrasto tra la grazia del luogo e la durezza delle storie raccontate, rendendo ancora più evidente il messaggio. Valorizzare il lavoro delle donne significa anche dare spazio a chi aiuta altre donne a uscire dalla violenza. Significa riconoscere il legame tra produzione, dignità e libertà.
Accanto alla piscina del Caruso, imprenditrici, artigiane, amministratrici e volontarie hanno dato prova della stessa attitudine: trasformare esperienze personali in qualcosa che possa servire agli altri. È qui che la serata ha trovato la sua direzione più profonda. Nelle donne che fanno impresa. In quelle che custodiscono un sapere antico. In quelle che accolgono, sostengono, ricostruiscono. E in quelle che, dopo aver attraversato l’abuso, trovano la forza di tornare a parlare.