Blackout di Roma Termini, multa da 1,75 milioni a RFI: l'Authority accerta negligenza grave
L'Autorità di Regolazione dei Trasporti sanziona Rete Ferroviaria Italiana per il caos del 2 ottobre 2024: oltre mille treni coinvolti, quasi 70mila minuti di ritardo.
Era diventata la storia del «chiodo piantato nel posto sbagliato». Quella battuta, pronunciata dal ministro Matteo Salvini all'indomani del caos ferroviario del 2 ottobre 2024, aveva in qualche modo sdrammatizzato un disservizio che aveva paralizzato Roma Termini e si era propagato sull'intera rete nazionale. Quasi due anni dopo, l'Autorità di Regolazione dei Trasporti (ART) ha messo nero su bianco una ricostruzione ben più severa: con la delibera n. 163/2026, approvata il 3 settembre e pubblicata il 4 settembre 2026, l'Authority ha inflitto a Rete Ferroviaria Italiana (RFI) una sanzione da 1,75 milioni di euro, accertando carenze gravi nella gestione del guasto.
La vicenda era cominciata nella notte tra il 1° e il 2 ottobre 2024, quando, alle 1:30, un'impresa appaltatrice esterna aveva danneggiato un cavo elettrico durante lavori notturni nei pressi di Roma Termini. Un incidente che, di per sé, non era insolito. Il problema, secondo l'ART, è ciò che accadde nelle ore successive: i sistemi di allarme si rivelarono insufficienti, l'anomalia fu individuata in ritardo, i sistemi ridondanti erano carenti e una specifica procedura interna non fu applicata. Il risultato fu che alle 6:20 del mattino, esaurite le batterie di continuità, si verificò il blackout completo degli impianti di segnalamento di Roma Termini e Roma Tiburtina. A quel punto, fermare i treni era inevitabile.
Le dimensioni del disservizio sono state ricostruite con precisione nella delibera: 1.165 treni coinvolti tra Alta Velocità, Intercity e regionali, 69.267 minuti di ritardo complessivi — una media di 59 minuti per convoglio — 680 soppressioni (476 totali e 204 parziali) e 31 deviazioni. La centralità del nodo romano nella rete ferroviaria fece sì che gli effetti si estendessero ben oltre il Lazio, raggiungendo gran parte del Paese. L'Authority ha qualificato tutto questo come una lesione del diritto costituzionale alla mobilità dei passeggeri e del diritto delle imprese ferroviarie alla piena disponibilità dell'infrastruttura.
Il procedimento sanzionatorio era stato avviato nel luglio 2025. La sanzione è partita da una base di 2 milioni di euro, poi ridotta di 250.000 euro per tenere conto delle misure adottate da RFI dopo l'incidente: rafforzamento del sistema di allarme e introduzione di nuove procedure operative. Una riduzione che l'ART ha riconosciuto, ma che non ha attenuato il giudizio complessivo: l'Authority ha parlato esplicitamente di negligenza grave.
RFI ha reagito con una posizione articolata. Da un lato ha dichiarato di aver preso atto della decisione e di aver messo in campo tempestivamente tutte le misure per ripristinare la circolazione. Dall'altro ha ribadito la propria tesi difensiva: l'accaduto è riconducibile all'operato di una ditta esterna, e il fatto andrebbe qualificato esclusivamente come guasto all'infrastruttura, gestito con gli interventi del caso. In altre parole, RFI distingue tra la causa scatenante — responsabilità di un appaltatore — e la propria risposta operativa, che ritiene adeguata. L'ART, evidentemente, non ha condiviso questa lettura, concentrando la propria valutazione non sull'origine del guasto ma su come RFI lo abbia monitorato e affrontato nelle ore cruciali.
RFI ha ora sessanta giorni per presentare ricorso al TAR del Piemonte, oppure centoventi giorni per un ricorso straordinario. Non è detto che la vicenda si chiuda qui. Per i pendolari e i viaggiatori che quel mercoledì di ottobre si trovarono bloccati su binari fermi o in attesa di informazioni che non arrivavano, la delibera ha almeno il merito di restituire un quadro più completo di quanto successe davvero: non un chiodo, ma una catena di mancanze.