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Abusi su una 13enne a Torino, il giudice scarcea l'indagato dopo due giorni: "Sono dispiaciuto"
Foto: Linh Bo / Pexels
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Abusi su una 13enne a Torino, il giudice scarcea l'indagato dopo due giorni: "Sono dispiaciuto"

Un uomo di 42 anni accusato di aggressioni sessuali su una minorenne e una donna adulta è stato rimesso in libertà dal GIP dopo l'udienza di convalida.

La Redazione ·2 settembre 2026 6:10 ·3 min di lettura

Sabato 29 agosto 2026, nel quartiere Madonna di Campagna, nella periferia nord di Torino, una ragazzina di 13 anni entra in un minimarket per comprare dei succhi di frutta per i fratelli. Quello che accade dopo è ripreso dalle telecamere di sorveglianza del negozio: l'uomo dietro il bancone, 42 anni, origini bengalesi, avrebbe aggredito sessualmente la minorenne. Meno di un'ora prima, secondo l'accusa, avrebbe compiuto lo stesso atto nei confronti di un'altra donna adulta entrata nello stesso esercizio. Due violenze contestate, stesso luogo, stessa mattina. L'uomo viene arrestato dalla polizia a seguito della denuncia della famiglia della minorenne e trascorre due notti nel carcere torinese «Lorusso e Cutugno». Poi, il Giudice per le Indagini Preliminari lo rimette in libertà, disponendo il solo obbligo di firma.

La decisione del GIP ha scatenato un dibattito che in poche ore ha valicato i confini del tribunale per diventare caso politico nazionale. Nelle motivazioni dell'ordinanza figurano l'incensuratezza dell'indagato, la sua collaborazione con le forze dell'ordine — è stato lui stesso a consegnare i filmati delle telecamere — e la cosiddetta resipiscenza, ovvero il pentimento manifestato durante l'udienza di convalida. Davanti al giudice, l'uomo ha reso una dichiarazione spontanea: «Ho sbagliato, è la prima volta che mi succede. Sono molto dispiaciuto». Ha anche riferito di aver bevuto due tequila. Il GIP ha inoltre valutato che il «trauma dell'arresto» potesse rappresentare un deterrente sufficiente a prevenire recidive.

Una valutazione che si scontra frontalmente con quella del Pubblico Ministero Paolo Cappelli, il quale aveva richiesto la custodia cautelare in carcere evidenziando il «concreto pericolo» che l'uomo potesse commettere reati della stessa specie. La distanza tra le due posizioni — accusa e giudice — è al centro del dibattito che ha coinvolto, in modo inusuale, trasversalmente centrodestra e centrosinistra.

Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha fatto sapere di aver disposto l'invio di ispettori a Torino per acquisire ogni valutazione utile, richiamando l'«eccezionalità del caso e l'allarme sociale cagionato», pur ribadendo di riconoscere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta sui social con un messaggio diretto: «Chi lo spiega a quella famiglia? Chi lo spiega a quel quartiere, che stanotte sa che quell'uomo è di nuovo lì?». Meloni ha sottolineato che le leggi sono severe e le forze dell'ordine hanno agito in modo efficace, ma che la decisione giudiziaria ha «spezzato» quella catena. Ha espresso «totale solidarietà» alla ragazza e alla sua famiglia.

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Dal resto della maggioranza sono arrivate reazioni altrettanto dure. Antonio Tajani ha definito la vicenda «un episodio che offende tutte le donne italiane». Matteo Salvini ha rilanciato la proposta della Lega sulla castrazione chimica. Dall'opposizione, diversi parlamentari hanno chiesto chiarimenti al ministro Nordio, alcuni definendo la motivazione del pentimento come «allucinante». La convergenza trasversale delle critiche — con toni e soluzioni proposte assai diversi — segnala quanto la decisione del GIP abbia toccato una corda sensibile nell'opinione pubblica.

La vicenda solleva una questione strutturale che il dibattito di queste ore rischia di semplificare. Da un lato, la discrezionalità del giudice nella valutazione delle misure cautelari è un pilastro del sistema garantista: il carcere preventivo non è automatico nemmeno di fronte a reati gravi, e la valutazione dei presupposti — pericolo di fuga, rischio di reiterazione, inquinamento delle prove — spetta al GIP caso per caso. Dall'altro, la motivazione fondata sul pentimento verbale di un indagato accusato di due violenze sessuali commesse in sequenza ha lasciato perplessi anche molti giuristi, al di là dell'indignazione politica. Il punto non riguarda l'appartenenza dell'indagato a una corrente o a un'ideologia: è se le ragioni addotte reggano di fronte alla specificità dei fatti contestati.

La GIP che ha firmato l'ordinanza ha 40 anni ed è in servizio da cinque anni. Gli ispettori ministeriali dovranno ora stabilire se nel procedimento vi siano profili che meritano approfondimento. Nel frattempo, l'indagato è tornato libero — con l'obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria — e le due persone che hanno sporto denuncia devono fare i conti con una notizia che, per quanto filtrata dal linguaggio burocratico dei provvedimenti giudiziari, ha il peso specifico di una risposta difficile da accettare.

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