Roberto Vannacci si prende la scena dopo il primo segnale arrivato da Vigevano, dove il suo candidato ha superato il 14% e ha offerto a Futuro Nazionale un risultato che il generale legge come un assaggio di ciò che potrebbe arrivare. Il partito, insiste, esiste ancora solo in potenza. E proprio per questo, dice in sostanza, il dato lombardo vale più di una semplice curiosità locale: è il primo indizio di una presenza che vuole diventare strutturata, organizzata, riconoscibile.
A Milano, nella sede del Consiglio regionale lombardo, Vannacci ha scelto il Pirellone per dare forma politica a questo debutto, ufficializzando l’ingresso di due consiglieri nella sua area, uno dei quali proveniente da FdI. Il passaggio serve a tracciare una linea chiara: l’orizzonte vero non è il singolo comune, ma la costruzione di una forza destinata a prendere corpo dopo l’assemblea costituente di giugno a Roma, quando Futuro Nazionale — nelle intenzioni del suo fondatore — comincerà ad assumere la fisionomia di un partito vero e proprio.
Il risultato di Vigevano, però, non ha prodotto solo entusiasmo. Ha riaperto anche la contesa interna al centrodestra. Antonio Tajani ha rivendicato che lì l’exploit sarebbe stato soprattutto di Forza Italia, ricordando che la coalizione correva divisa e che il candidato azzurro andrà al ballottaggio, mentre quello sostenuto da Lega e FdI non ha sfondato. In questo quadro, il peso dei voti vannacciani resta un’incognita concreta: potrebbero diventare decisivi anche altrove, come a Trecate, dove il ballottaggio osserva con attenzione ogni possibile spostamento di consenso.
Nel frattempo, la Lega ha scelto la linea del controllo, arrivando a commissariare la sezione provinciale nel Pavese dopo le polemiche esplose nelle scorse settimane per la presenza nella lista del Carroccio di due candidati di fede islamica. È un passaggio che racconta bene il clima che si respira attorno a quest’area politica: tensioni locali, rivalità nazionali, un equilibrio sempre più fragile. E Vannacci, da parte sua, alimenta questa tensione con una comunicazione volutamente spigolosa, capace di colpire più i partner di coalizione che gli avversari esterni.
Durante la sua prima uscita al Pirellone, il generale ha infatti parlato di un centrodestra che, a suo giudizio, finisce spesso per recitare una parte simile a quella di una sinistra “non alla moda”, perdendo così credibilità. Eppure, nel suo attacco, ha evitato quasi del tutto Lega e FdI, concentrando il fuoco soprattutto su Forza Italia, accusata di votare in Europa in modo troppo vicino al Pd. Non è mancata nemmeno una stoccata a Marina Berlusconi, evocata come figura centrale ma, secondo Vannacci, tutt’altro che chiara nel suo ruolo politico. Il messaggio è netto: il fronte moderato non è un terreno neutro, ma uno spazio da conquistare o da mettere sotto pressione.
Nel mirino è finito anche Noi Moderati, il partito guidato da Maurizio Lupi, già critico verso un’eventuale intesa con Futuro Nazionale. Vannacci ha liquidato quelle posizioni con sarcasmo, parlando di una forza incapace persino di raggiungere l’1%. La replica è arrivata secca, con Alessandro Colucci che ha definito il tono del generale di “livello bassissimo” e ha invitato Vannacci a proseguire per la propria strada. Più prudente, invece, la linea di FdI, che per bocca di Lucio Malan ha ribadito il principio tradizionale della coalizione: chi si riconoscerà nel programma potrà farne parte. Una formula aperta, ma non abbastanza da cancellare la diffidenza.
Sul piano politico-istituzionale, Vannacci prova comunque a dettare le sue condizioni. Sulla legge elettorale, dice di non avere preclusioni sulla soglia di sbarramento, ma rivendica un punto preciso: sì al premio di maggioranza, no a un sistema senza preferenze. È qui che il progetto si fa più concreto, meno polemico e più strategico. Perché il vero obiettivo, alla fine, non è soltanto entrare nel gioco, ma incidere sul suo funzionamento.
E quando guarda alle politiche, il generale usa un linguaggio misurato solo in apparenza. L’ambizione, dice, è crescere il più possibile e diventare molto influenti nelle prossime elezioni. Non rivendica apertamente il ruolo di ago della bilancia, ma lascia intendere che il timore dei suoi alleati riguarda esattamente quello: un partito ancora in costruzione, ma già capace di spostare gli equilibri. In una coalizione dove ogni consenso pesa, anche un primo assaggio può bastare a cambiare il sapore dell’intero piatto.







