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Meloni in Val di Susa dopo gli scontri: "Questa è violenza organizzata, lo Stato non indietreggia"
Illustrazione generata con AI

Meloni in Val di Susa dopo gli scontri: "Questa è violenza organizzata, lo Stato non indietreggia"

La Redazione ·27 luglio 2026 17:05

Un elicottero che sorvola i cantieri, poi l'atterraggio, l'incontro con i poliziotti e gli operai ancora scossi dagli scontri di due giorni prima. Giorgia Meloni ha scelto di presentarsi di persona in Val di Susa nella mattinata del 27 luglio 2026, accompagnata dal Ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. La destinazione era Chiomonte, il cantiere più grande della valle, dove sabato 25 luglio un'ondata di violenze ha lasciato il segno in modo pesante: fino a 126 operatori di pubblica sicurezza feriti — poliziotti, carabinieri e militari della Guardia di Finanza — e danni stimati da Telt, la società che gestisce il progetto, intorno a un milione di euro. Uffici, container, hangar e mezzi sono stati distrutti; gli operai presenti al momento dell'attacco erano stati fatti allontanare in tempo.

Davanti alle telecamere, Meloni non ha usato mezzi termini. «Questo non è dissenso», ha detto in un video registrato durante la visita, «questa è violenza organizzata, premeditata, e come tale deve essere trattata». La premier ha poi aggiunto che «lo Stato c'è e non intende indietreggiare», promettendo di fare «tutto quello che possiamo per assicurare queste persone alla giustizia» e chiedendo alla magistratura e agli inquirenti di impegnarsi al massimo. La visita, partita dall'aeroporto di Torino Caselle, aveva anche il significato simbolico di un governo che scende sul campo a testimoniare la propria vicinanza alle forze dell'ordine e ai lavoratori del cantiere.

Piantedosi, in un'intervista al Corriere della Sera, ha parlato di una «internazionale della violenza e del disordine» capace di sfruttare qualsiasi tema per alimentare teppismo, definendo la sfida posta da questi movimenti «tipicamente criminale». Dopo gli scontri, quattro persone di nazionalità straniera, riconducibili al cosiddetto Blocco Nero, sono state fermate. Oltre 800 persone sono state identificate a Venaus, al termine del «Festival dell'Alta Felicità» organizzato dal movimento No Tav; centinaia di esse provenivano da Francia, Germania e Belgio.

La condanna delle violenze ha attraversato anche l'opposizione. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein le ha definite «inaccettabili, gravi, che non si giustificano mai», esprimendo solidarietà agli agenti feriti e ribadendo la posizione del PD contro ogni forma di violenza «senza se e senza ma». L'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia e il Sindacato Autonomo di Polizia hanno parlato anch'essi di violenza organizzata — non di dissenso — chiedendo certezza della pena per i responsabili.

Un cantiere nel mirino da trent'anni

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Il movimento No Tav è nato nei primi anni Novanta in Val di Susa, contestando la linea ferroviaria Torino-Lione per i costi, l'impatto ambientale e i rischi per la salute della popolazione locale. La storia del progetto è costellata di tensioni: un blitz a Venaus nel 2005, scontri a Chiomonte nel 2011, e ora il luglio del 2026, mentre i lavori avanzano — seppur con lentezza — nella fase più visibile e concreta.

La Torino-Lione è un'infrastruttura europea che prevede un Tunnel di Base del Moncenisio di 57,5 chilometri. I lavori sono formalmente iniziati nel 2001, ma dopo una profonda revisione del progetto sono ripresi in modo sostanziale solo nel 2017. A oggi, sono operativi 16 cantieri con oltre 3.200 addetti, ma meno del 20% dei due tunnel principali è stato completato — appena 21 chilometri su 115 complessivi, incluse le gallerie di servizio. L'obiettivo dichiarato è attivare la linea entro la fine del 2033.

Le difficoltà non mancano. La fresa meccanica Viviana, operativa sul versante francese, ha avanzato di meno di 250 metri in quasi dieci mesi ed è praticamente ferma da maggio 2026 per problemi geologici. Sul lato italiano, lo scavo del tunnel principale deve ancora iniziare: l'arrivo di una nuova talpa è previsto per il 2027. La Corte dei Conti europea ha già segnalato che il progetto ha subito modifiche sostanziali — tra cui il passaggio da galleria a canna singola a doppia canna — con conseguente aumento di complessità e costi. Dal 1° luglio 2026, poi, il finanziamento assegnato a Telt è scaduto: i costi ricadono interamente sui contribuenti italiani e francesi.

Il direttore generale di Telt, Massimo Bufalini, ha ammesso che gli attacchi di sabato potrebbero causare un ritardo di circa due mesi nel cronoprogramma, pur confermando l'obiettivo del 2033. Una data che, tra cantieri ancora da aprire, talpe ferme e tensioni che non accennano a spegnersi, appare ogni giorno un po' più lontana.

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