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Quirinale e caso Ranucci: lo scontro aperto tra Schlein e Meloni
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Quirinale e caso Ranucci: lo scontro aperto tra Schlein e Meloni

La Redazione ·28 luglio 2026 15:08

C'è un filo che lega due polemiche apparentemente distanti, entrambe esplose il 27 luglio: da un lato il futuro del Quirinale, dall'altro le parole pronunciate quasi un anno fa su Sigfrido Ranucci. Il risultato è uno scontro diretto tra Elly Schlein e Giorgia Meloni che mette in scena, con insolita chiarezza, le distanze tra maggioranza e opposizione su temi che toccano i pilastri dell'architettura costituzionale e la libertà di stampa.

Tutto nasce dalle dichiarazioni del Presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha affermato di credere che Meloni «diventerà Presidente della Repubblica, magari la prossima volta e non questa», definendola «una grande fortuna per l'Italia». Parole che la segretaria del Partito Democratico ha trasformato in un attacco politico frontale. «Dimostrano una grande ossessione della destra per il potere», ha detto Schlein, ricordando che il Capo dello Stato deve essere un garante super partes della Costituzione: immaginare che quel ruolo sia ricoperto da chi guida contemporaneamente il governo e una forza politica è, a suo avviso, semplicemente «inimmaginabile». «Su questo li fermeremo», ha aggiunto, lasciando intendere che il centrosinistra intende fare dell'elezione presidenziale un terreno di battaglia.

Non è la prima volta che il tema affiora. La stessa Meloni aveva dichiarato in passato che «un presidente della Repubblica di destra non è più un tabù», e Fratelli d'Italia ha storicamente sostenuto l'introduzione di un presidenzialismo o semipresidenzialismo con elezione diretta del Capo dello Stato. Schlein ha però aggiunto un elemento tecnico: la «pessima legge elettorale» attualmente in vigore, con quello che ha definito un «premio di maggioranza abnorme», potrebbe consentire alla maggioranza di eleggere autonomamente il Presidente, senza dover cercare convergenze più ampie in Parlamento. Il Capo dello Stato è eletto dal Parlamento in seduta comune, integrato da delegati regionali, per un mandato di sette anni: storicamente la sua elezione ha richiesto accordi trasversali, proprio a presidio della sua funzione di garanzia. L'attuale Presidente è Sergio Mattarella, in carica dal 2015.

Il caso Ranucci e la richiesta di scuse

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Il secondo fronte si apre su un fatto di cronaca con contorni ancora opachi. La sera del 16 ottobre 2025, un ordigno esplosivo aveva distrutto le due auto di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report su Rai 3, davanti alla sua abitazione a Pomezia, alle porte di Roma. Il 30 giugno 2026 quattro presunti esecutori materiali erano stati arrestati nelle province di Napoli e Avellino, con accuse che includono detenzione di esplosivi e danneggiamento con l'aggravante del metodo mafioso — aggravante confermata dal Tribunale del Riesame di Roma il 22 luglio 2026. I mandanti restano ignoti.

Il giorno dopo l'attentato, Meloni aveva espresso «piena solidarietà» a Ranucci e «la più ferma condanna per il grave atto intimidatorio». Il 18 ottobre 2025, però, al congresso del Partito Socialista Europeo ad Amsterdam, Schlein aveva parlato di un «clima di odio» e di una democrazia «a rischio» quando «l'estrema destra è al governo», esprimendo solidarietà al giornalista. Quelle parole, pronunciate a caldo nell'immediatezza dell'attentato, sono tornate al centro del dibattito. Meloni le ha interpretate come un'allusione a possibili responsabilità dell'esecutivo nell'attacco, e il 27 luglio ha chiesto pubblicamente a Schlein di scusarsi: «Le parole hanno un peso. Anche le allusioni», ha detto la premier, sottolineando che ora è «chiaro che il governo non c'entrava assolutamente nulla».

Schlein ha respinto la richiesta, precisando in un'intervista a La7 di non aver «mai fatto nessun collegamento fra governo e mandanti» dell'attentato. Una smentita che però non ha chiuso la polemica, aprendo invece un confronto sull'interpretazione delle parole pronunciate quasi nove mesi fa.

Sullo sfondo resta un altro elemento di tensione: il Consiglio di Amministrazione della Rai è convocato per il 30 luglio 2026 per affrontare il «caso Ranucci», con l'ipotesi — ancora da definire — di rimuoverlo dalla conduzione di Report. Una circostanza che intreccia ulteriormente la vicenda giudiziaria con quella politico-istituzionale, e che nei prossimi giorni rischia di alimentare nuove polemiche sul rapporto tra governo, servizio pubblico e libertà di informazione.

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