A Milano, davanti a un maxischermo, i sostenitori di Futuro Nazionale seguono la scena come se fosse un evento già destinato a lasciare il segno. A Roma, Roberto Vannacci entra nel ring televisivo con l’aria di chi non ha alcuna intenzione di difendersi. Anzi. La sua prima volta a Otto e Mezzo diventa subito un confronto muscolare, una prova di forza costruita su frasi nette, scatti improvvisi e una retorica che cerca di trasformare ogni domanda in un’occasione di attacco.
Il generale, in camicia di lino a righe e scarpe sportive, si presenta come il volto di una destra che rivendica radicalità e identità. Il suo partito celebra il momento con una proiezione collettiva ribattezzata Aperi Vannacci, quasi a trasformare l’intervista in una chiamata alle armi simbolica. E il lessico scelto non lascia spazio ai dubbi: i nuovi arrivati vengono descritti come i “rifiuti” degli altri, materiale politico di recupero che, nelle sue parole, diventa invece la base di una nuova forza. Il riferimento a Quella sporca dozzina non è casuale. Serve a costruire l’immagine di un gruppo selezionato non per eleganza, ma per compattezza e durezza.
Dentro questa narrazione, Vannacci respinge con decisione l’etichetta di estrema destra e preferisce parlare di destra autentica. È qui che il messaggio si fa più politico e meno teatrale. La sua critica non riguarda solo gli avversari tradizionali del centrosinistra, ma si allarga agli stessi alleati di governo, accusati di somigliare troppo al Partito Democratico su alcune questioni chiave. Le sue “linee rosse” sono chiare: sicurezza, remigrazione, green deal. Sono i punti su cui intende misurare la distanza tra ciò che considera la sua area politica e ciò che, a suo giudizio, si è smarrito lungo la strada.
Il passaggio più delicato arriva però quando il generale guarda verso il centrodestra e ne contesta gli equilibri interni. La premier Giorgia Meloni viene collocata nella stessa famiglia politica, ma con una clausola pungente: secondo Vannacci, la prova di una vera affinità andrebbe ancora dimostrata. Le idee comuni, dice in sostanza, non bastano se poi non si riescono a tradurre in risultati. È una critica che scava nel cuore della coalizione e che trova un bersaglio ancora più preciso nelle tensioni con Marina Berlusconi, evocata dal generale come simbolo di un rapporto troppo stretto tra partito, finanza ed editoria. Un’accusa pesante, pronunciata senza giri di parole.
Nemmeno il passato politico dell’ex alleato Matteo Salvini resta fuori dal quadro. Vannacci risponde con durezza anche a chi lo ha voluto e sostenuto, negando di essere stato strumentalizzato e ribaltando il rapporto di forza: sarebbe stato Salvini, sostiene, a servirsi di lui per intercettare consenso. È una frase che chiude un capitolo e insieme ne apre un altro, perché segna la volontà di presentarsi non più come figurante o recluta di passaggio, ma come leader autonomo, deciso a dettare il ritmo del proprio progetto.
Sul futuro, tuttavia, il tono cambia appena. Nessuna alleanza è all’orizzonte, almeno per ora. Le coalizioni, afferma, si definiranno solo vicino alle elezioni. Prima viene il partito, poi il programma, che nel fine settimana sarà reso pubblico. È una strategia di costruzione lenta ma assertiva: consolidare l’identità, fissare i confini, parlare a chi cerca una destra più dura e più riconoscibile. Il resto verrà dopo. O, forse, solo se sarà utile a tenere insieme una partita politica che Vannacci sembra voler giocare fino in fondo, senza concessioni e senza attenuare il colpo.







