Taranto, Mattarella: "Un impegno nazionale". Meloni convoca il tavolo sull'ex Ilva a settembre
Il Capo dello Stato parla in occasione dei Giochi del Mediterraneo. La premier annuncia un incontro a Palazzo Chigi sulle manifestazioni di interesse per lo stabilimento.
Taranto torna al centro dell'agenda politica nazionale, spinta da due sollecitazioni convergenti: il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pronunciato il 20 agosto in occasione dell'apertura della XX edizione dei Giochi del Mediterraneo, e l'annuncio della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni di un tavolo sull'ex Ilva a Palazzo Chigi nei primi giorni di settembre. Due gesti distinti, con toni e funzioni diverse, che segnalano quanto la questione dello stabilimento siderurgico più grande d'Europa non sia ancora, a distanza di decenni, una questione risolta.
Mattarella ha riconosciuto senza mezzi termini che la città pugliese ha dovuto affrontare «drammatici aspetti di occupazione e di salute, di sviluppo economico e di qualità della vita», definendoli «un problema e, insieme, un impegno nazionale». Un riconoscimento che ha il peso della storia: la fabbrica costruita negli anni Sessanta raggiunse nel decennio successivo i 40.000 dipendenti, circa il 16% della popolazione locale, plasmando per generazioni l'identità e l'economia di Taranto. Poi arrivarono i costi: nel 1990 il governo italiano dichiarò l'area zona ad alto rischio di crisi ambientale, e nel 2005 lo stabilimento era responsabile di oltre il 90% delle emissioni italiane di diossina e dell'8,8% di quelle europee. Nel 2019 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo condannò l'Italia per aver violato i diritti dei residenti a causa dell'inquinamento. L'augurio del Capo dello Stato è che i Giochi del Mediterraneo siano l'occasione per Taranto di tornare ad «abbracciare il futuro»: un auspicio carico di senso simbolico, ma che si confronta con un presente ancora irrisolto.
Il presente, appunto, è complicato. Acciaierie d'Italia — nome attuale dell'ex Ilva, sotto amministrazione straordinaria statale dal febbraio 2024 — ha ricevuto a fine luglio 2026 un colpo durissimo: la Corte d'Appello di Milano ha ordinato la sospensione della produzione nell'area a caldo entro 90 giorni, cioè entro il 26 ottobre, a causa di amianto non completamente rimosso e livelli eccessivi di particolato. Il 14 agosto i commissari straordinari hanno presentato ricorso in Cassazione, ma l'incertezza giuridica si sovrappone a quella industriale. Nel frattempo, le associazioni datoriali dell'indotto hanno avviato procedure di licenziamento collettivo: la potenziale chiusura dell'area a caldo metterebbe a rischio circa 8.000 posti di lavoro diretti nello stabilimento e fino a 3.000 nell'indotto.
È in questo scenario che si inserisce la mossa di Meloni. Il tavolo annunciato per settembre servirà a esaminare le manifestazioni di interesse presentate per il futuro assetto dello stabilimento. Sul tavolo ci sono almeno due posizioni distanti tra loro. Il gruppo indiano Jindal ha confermato l'interesse per l'intero complesso, area a caldo inclusa. Federacciai, insieme a quattordici aziende associate — tra cui Arvedi, Marcegaglia, Duferco e Feralpi — ha invece presentato una proposta che esclude esplicitamente l'area a caldo. La differenza non è tecnica: è la differenza tra mantenere o no la produzione primaria di acciaio a Taranto, con tutto ciò che comporta in termini di occupazione e di ruolo industriale del Paese. Meloni ha garantito che il mantenimento di «una capacità produttiva siderurgica importante» è per il governo una questione di rilevanza nazionale, ma la strada per arrivarci è ancora da tracciare.
A fare da sfondo, un sostegno europeo già formalizzato: nel febbraio 2026 la Commissione Europea ha approvato un prestito di salvataggio da 390 milioni di euro per Acciaierie d'Italia, destinato a coprire i costi operativi fino al trasferimento dell'attività a un nuovo operatore. Tra i nodi ancora aperti c'è l'altoforno n. 1, che rimane sotto sequestro giudiziario. Per il resto dello stabilimento, i piani prevedevano di riportare la produzione a 4 milioni di tonnellate all'anno riavviando l'altoforno n. 2 e alcune batterie di cokerie, ma la sentenza di luglio ha rimescolato le carte.
Due narrazioni si sovrappongono su Taranto da anni senza mai trovare una sintesi definitiva: quella di una città che ha pagato un prezzo sanitario e ambientale altissimo per decenni di produzione industriale, e quella di una comunità che dall'acciaio ha tratto per generazioni la propria ragione economica. I Giochi del Mediterraneo offrono per qualche settimana una vetrina diversa. Il tavolo di settembre, invece, dovrà rispondere a domande concrete: chi compra, a quali condizioni, e quanti dei circa 10.000 lavoratori dell'azienda mantengono il posto. Sono queste le risposte che Taranto aspetta.