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Particelle ultrafini e cuore: la ricerca del CNR che mette in discussione i limiti sull'aria
Foto: Anton Ivanov / Pexels
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Particelle ultrafini e cuore: la ricerca del CNR che mette in discussione i limiti sull'aria

Uno studio coordinato dal CNR di Roma dimostra che le UFP danneggiano il sistema cardiovascolare anche dove i limiti sul PM2.5 sono rispettati.

La Redazione ·19 agosto 2026 12:07 ·3 min di lettura

Respirare aria che rispetta le soglie di legge non significa necessariamente respirare aria sicura per il cuore. È questa, in sintesi, la conclusione più scomoda di una ricerca internazionale coordinata da Francesca Costabile dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-ISAC) di Roma, pubblicata sulla rivista GeoHealth dell'American Geophysical Union. Lo studio punta i riflettori sulle particelle ultrafini — le UFP, con diametro inferiore a 100 nanometri — e sul loro legame con le malattie cardiovascolari: un legame che, secondo i ricercatori, agisce in modo indipendente dall'esposizione al più noto PM2.5, il parametro su cui si concentra quasi tutta la normativa vigente.

Il lavoro è stato condotto insieme al Max Planck Institute for Chemistry, all'Università di Exeter, al Cyprus Institute e al German Center for Cardiovascular Research. I ricercatori hanno analizzato l'esposizione a lungo termine alle UFP nel decennio 2010-2019, incrociando un nuovo database globale sulle concentrazioni di queste particelle con i dati del Global Burden of Diseases sulle malattie cardiovascolari. Gli indicatori scelti per misurare il danno sono stati gli anni di vita persi per mortalità cardiovascolare e gli anni vissuti con disabilità causata da patologie del cuore e dei vasi. Il risultato è una correlazione coerente: dove l'esposizione alle UFP è più alta, peggiora anche la salute cardiovascolare della popolazione. E ciò vale anche in contesti in cui i limiti sul PM2.5 risultano formalmente rispettati.

Per capire perché questo è rilevante, vale la pena ricordare come funziona il quadro normativo attuale. In Italia il valore limite annuale per il PM2.5 è fissato a 25 microgrammi per metro cubo, una soglia rispettata nella quasi totalità delle stazioni di misura del paese. Ma l'Organizzazione Mondiale della Sanità, già nel 2021, ha aggiornato le sue linee guida abbassando il valore raccomandato a 5 µg/m³ annui — la metà di quanto proposto dalla Commissione Europea per il 2030, e un quinto del limite italiano vigente. Stando ai dati citati nello studio, l'80% delle stazioni italiane superava già il vecchio valore guida OMS del 2005 (10 µg/m³), e nessuna stazione rispetterebbe il nuovo limite di 5 µg/m³. Un Paese, insomma, che formalmente è in regola ma sostanzialmente respira aria che i criteri più aggiornati non considererebbero sicura.

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Le UFP aggiungono un livello ulteriore di complessità. A differenza delle particelle più grandi, quelle ultrafini sono abbastanza piccole da penetrare in profondità nell'apparato respiratorio, raggiungere il flusso sanguigno e diffondersi verso altri organi. Lo studio suggerisce che il loro impatto potrebbe essere particolarmente significativo sugli anni vissuti con disabilità, più ancora che sulla mortalità diretta — il che significa malattie croniche, qualità della vita compromessa, carico sui sistemi sanitari. L'OMS stessa ha riconosciuto che per le UFP, insieme al black carbon e alle polveri desertiche, non esistono ancora evidenze sufficienti a definire valori guida quantitativi precisi, ma ha fornito indicazioni di buone pratiche per monitorarle e gestirle.

È proprio sul monitoraggio che la ricerca preme con più forza. I ricercatori chiedono un rafforzamento della misurazione delle UFP, anche alla luce della Direttiva quadro europea sulla qualità dell'aria 2024/2881, che segnala la crescente importanza di questo parametro. Il punto non è che i limiti sul PM2.5 siano inutili — rimangono un riferimento fondamentale — ma che non bastino da soli a descrivere il rischio reale cui è esposta una popolazione. Concentrarsi su un solo indicatore può dare una falsa rassicurazione, soprattutto in città ad alta densità di traffico e attività industriale come molte aree italiane.

Il contesto globale dà la misura della posta in gioco: l'inquinamento atmosferico è stimato responsabile di milioni di morti premature ogni anno nel mondo, di cui circa 400.000 in Europa. In questo scenario, uno studio che sposta l'attenzione verso una categoria di particelle ancora priva di limiti normativi propri non è un dettaglio tecnico: è un argomento che dovrebbe entrare nel dibattito pubblico e nelle agende politiche, oltre che nei laboratori.

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