Quattordici miliardi per tagliare i fossili: perché il governo ha scelto di fare debito
Giorgetti annuncia 14 miliardi in due anni per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Cosa prevede la mossa e cosa cambia per famiglie e imprese.
Sembrava impensabile fino a qualche mese fa, come ha ammesso lui stesso. Invece il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha confermato, il 6 agosto scorso, che il governo italiano chiederà a Bruxelles di allargare i margini di deficit per finanziare la transizione energetica: circa 14 miliardi di euro in due o tre anni, pari allo 0,6% del PIL. Una cifra che si aggiunge ai già annunciati 22 miliardi destinati alla difesa, portando la richiesta complessiva di flessibilità di bilancio a circa 35-36 miliardi di euro entro il 2028.
La svolta è resa possibile da una decisione della Commissione Europea, formalizzata il 3 giugno 2026: la cosiddetta Clausola nazionale di salvaguardia, fino ad allora riservata alle spese militari, è stata estesa a coprire anche gli investimenti per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e accelerare la transizione verde. Il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis ha chiarito che i fondi potranno essere impiegati esclusivamente per investimenti nelle reti elettriche, nello sviluppo delle energie rinnovabili e nell'efficienza energetica. Niente riduzioni generalizzate delle accise, niente misure che aumentino la domanda di fossili: le regole europee impongono che gli interventi siano temporanei, mirati e strutturali. I primi progetti dovranno essere trasmessi alla Commissione già entro la metà di agosto, anche se la spesa effettiva si concentrerà soprattutto nel 2027 e nel 2028.
Il contesto in cui nasce questa scelta è quello di un Paese che, sul fronte energetico, parte da una posizione di debolezza strutturale. Nel 2024 l'Italia ha importato il 95% del gas fossile e il 91% del petrolio consumato. I principali fornitori di gas sono stati Algeria e Azerbaigian, che insieme hanno coperto il 54,2% della domanda nazionale, seguiti da Qatar, Russia e Libia. Una dipendenza che non è solo economica: rifornirsi da Paesi con standard democratici fragili o attraversati da instabilità amplifica i rischi geopolitici, come la crisi energetica seguita all'invasione russa dell'Ucraina ha reso evidente a tutta Europa. Il prezzo che i cittadini italiani pagano è tangibile: tra gennaio e aprile 2026, il prezzo medio dell'energia elettrica all'ingrosso in Italia è stato di 130,5 euro per megawattora, il più alto tra i cinque principali Paesi europei monitorati da Legambiente. E mentre la Spagna negli ultimi cinque anni ha aumentato la produzione da rinnovabili del 41,9%, l'Italia si è fermata a un incremento del 10%.
Su come impiegare queste risorse si apre il dibattito più rilevante per chi paga le bollette ogni mese. Giorgetti ha dichiarato che il Ministero dell'Economia «si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie», ma i dettagli operativi restano ancora da definire. Matteo Leonardi, cofondatore del think tank Ecco, ha sottolineato che il margine di bilancio dovrebbe dare priorità a misure capaci di abbattere nell'immediato i costi energetici, a partire dall'elettrificazione dei consumi. Ecco ha pubblicato una serie di proposte concrete: rafforzare l'Ecobonus, aumentare le risorse per il Fondo automotive e potenziare il Conto termico 3.0, tutte misure ritenute coerenti con il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima.
Il governo lavora in parallelo anche su un altro fronte: il Piano Sociale per il Clima, esaminato dal Consiglio dei Ministri il 4 agosto 2026, vale complessivamente 9,3 miliardi di euro per il periodo 2026-2032 ed è pensato per proteggere famiglie vulnerabili e microimprese dall'impatto economico della decarbonizzazione. Tra le misure previste figura un nuovo Bonus Sociale Energia Plus, la cui applicazione è attesa a partire dal 2028.
Non mancano le voci critiche. Legambiente denuncia da tempo i ritardi italiani nella transizione, e la Commissione Europea ha più volte raccomandato all'Italia di accelerare sulle rinnovabili, evidenziando come la persistente dipendenza dal gas si traduca direttamente in bollette più care. Sul versante ambientalista, il WWF ha criticato la proposta di aggiornamento del PNIEC per non essere in linea con le tempistiche della transizione, contestando in particolare la valorizzazione strategica del gas naturale, dei biocombustibili e la reintroduzione del nucleare nel mix energetico italiano.
L'Italia, insomma, ha scelto di fare debito per accelerare un percorso che finora ha percorso con passo incerto. Se quei 14 miliardi si tradurranno in meno dipendenza e bollette più basse, o resteranno in larga parte sulla carta, dipenderà dalla qualità dei progetti che arriveranno sul tavolo di Bruxelles già nelle prossime settimane.