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Tagli alla filosofia nei licei: 60 professori contro l'egemonia del ministero

Tagli alla filosofia nei licei: 60 professori contro l'egemonia del ministero

La Redazione ·13 maggio 2026 10:14

Tagli alla filosofia nei licei: 60 professori contro l'egemonia del ministero

Il mondo della scuola italiana ribolle di proteste contro le scelte del ministero dell'Istruzione. Al centro della bufera, la revisione dei programmi di filosofia nei licei, che esclude autori fondamentali come Marx, Spinoza, Fichte e Schelling. Sessanta docenti universitari e intellettuali, tra cui nomi di spicco, hanno firmato una lettera aperta bollata come un vero disastro. Per loro, si tratta di una mossa calcolata per imporre un'egemonia culturale da parte del governo uscente, a scapito della formazione critica dei giovani.

La filosofia, sottolineano i firmatari, non è un optional: serve a forgiare il pensiero critico, a navigare la complessità del mondo. Escluderla significa polpetta avvelenata, un sacrificio deliberato delle nuove generazioni sull'altare di un'ideologia dominante. La presidente della commissione ministeriale, Loredana Perla, risponde con toni concilianti. Parla di una democratica consultazione in corso, assicura che ogni contributo sarà valutato e che i nuovi programmi lasciano libertà ai docenti, senza elenchi rigidi. Ma le parole suonano deboli di fronte all'urgenza del dibattito.

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Le reazioni politiche non si fanno attendere, taglienti come lame. Una senatrice del Pd denuncia un evidente tentativo di incidere sull'egemonia culturale attraverso decisioni discrezionali. Ancora più severo il giudizio di un esponente di Avs: si tratta di un'ossessione ideologica del ministro, un'operazione che mina l'istruzione pubblica, rendendola meno aperta e democratica. Queste voci amplificano un malcontento più ampio, in un clima già infuocato da altre riforme.

Le tensioni sui programmi filosofici si intrecciano, infatti, con la controversa riforma degli istituti tecnico-professionali, il cosiddetto modello 4+2. Qui il nodo è la compressione del percorso da cinque a quattro anni, criticata da sindacati e studenti per il rischio di una specializzazione prematura. Si teme che la scuola diventi un mero canale di addestramento per le aziende, svuotata della sua missione culturale generale. Sotto accusa anche l'ingresso dei privati nella gestione e nell'insegnamento, che potrebbe accentuare disuguaglianze e legare gli studenti alle fluttuazioni del mercato locale, invece di offrire una preparazione solida e universale.

Il ministro difende con veemenza le sue scelte. Presentando un libro, ribatte alle accuse di voler creare schiavi degli imprenditori, definendole anacronistiche. Rivendica l'efficacia di misure come i metal detector mobili nelle scuole per contrastare la violenza. Eppure, le proteste continuano a montare. In questo intreccio di programmi tagliati e riforme accelerate, emerge una domanda cruciale: la scuola italiana saprà preservare la sua essenza formativa, o soccomberà a urgenze ideologiche e mercantili? Il futuro dei licei, e con esso quello del pensiero critico, resta appeso a un filo.

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