Grazia Maria Starace ha rimesso le deleghe da assessora al Turismo della Regione Puglia, scegliendo di lasciare l’incarico in un momento segnato dall’inchiesta che la riguarda e dalla pressione crescente sulla sua vita privata. La decisione arriva con un messaggio netto, quasi una presa d’atto del peso che la vicenda ha assunto: da un lato il ruolo istituzionale, dall’altro l’urgenza di sottrarre i suoi figli e la sua famiglia a un’esposizione che, nelle sue parole, è diventata insostenibile.
Nel comunicare il passo indietro, Starace ha rivendicato la correttezza del proprio operato e la fedeltà ai principi che, a suo dire, hanno sempre guidato il suo impegno pubblico: legalità, trasparenza e rispetto delle regole. Ha spiegato di voler continuare a lavorare per la Puglia dai banchi del Consiglio regionale, ma senza più le responsabilità assessorili, così da poter affrontare con maggiore libertà la propria difesa e raccontare la sua versione dei fatti. È una scelta che parla insieme di istituzioni e di fragilità, di dovere pubblico e di protezione personale.
Le sue parole si muovono proprio su questa linea sottile. Starace dice di sentirsi in dovere di difendere il proprio nome, la propria storia e quella della sua famiglia, sottolineando di volerlo fare nel modo più diretto possibile: dimostrando la correttezza del suo operato davanti alla magistratura. Non c’è enfasi, ma una richiesta di tempo e di spazio. E soprattutto c’è un obiettivo dichiarato senza esitazioni: proteggere i figli, definiti il suo bene più prezioso.
Nel passaggio finale della sua nota, l’assessora uscente ribadisce serenità e fiducia nella magistratura, affidando alla giustizia il compito di chiarire una vicenda che ha travolto anche la sua immagine pubblica. La rinuncia alle deleghe, così, non appare soltanto come un atto politico, ma come il tentativo di ricomporre un equilibrio minimo tra la sfera istituzionale e quella più intima, oggi messa al centro di tutto.







