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Attentato al Pride di Berlino, la politica italiana si divide: condanna, accuse e proposte
Foto: Gerrit Wilcke / Pexels

Attentato al Pride di Berlino, la politica italiana si divide: condanna, accuse e proposte

La Redazione ·27 luglio 2026 2:04

Un furgone bianco lanciato a tutta velocità contro la folla, poi un uomo con un machete che si scaglia sulle persone attorno a lui. È accaduto la sera di sabato 25 luglio 2026, intorno alle 22:00, nel parco del Tiergarten di Berlino, a pochi passi dalla Porta di Brandeburgo, mentre decine di migliaia di persone festeggiavano il Christopher Street Day. Il bilancio è di una donna morta e 29 feriti, alcuni dei quali in condizioni gravi o critiche.

Il sospettato principale è stato identificato dalle autorità tedesche come Abdul Ballout, 21 anni, cittadino tedesco di origini libanesi. Il giovane era già noto alle forze dell'ordine per precedenti reati, per un processo di radicalizzazione e per legami con ambienti islamisti. Nel maggio 2026 era stato condannato per «preparazione di un grave atto di violenza sovversiva» — in seguito a un tentativo di unirsi all'ISIS in Siria nel 2025 — ed era stato rilasciato dal carcere proprio in quel periodo, con l'obbligo di partecipare a un programma di de-radicalizzazione. Dopo l'attacco, Ballout era fuggito a piedi quando il furgone si è schiantato contro un albero. Il 26 luglio è stato ucciso dalla polizia nel quartiere di Spandau, durante un tentativo di arresto nel quale aveva caricato gli agenti con un'arma da taglio.

Il Ministro degli Interni tedesco Alexander Dobrindt e il Cancelliere Friedrich Merz hanno definito l'evento un atto di terrorismo islamista. Merz ha parlato di attacco «ripugnante» e di «un'aggressione alla nostra società»; il sindaco di Berlino Kai Wegner ha usato parole simili, descrivendo quanto accaduto come «un attacco alla nostra società libera e aperta al mondo». Le autorità hanno annullato gli eventi rimanenti del Pride.

La notizia è rimbalzata rapidamente anche in Italia, dove i principali esponenti politici hanno reagito con toni e accenti molto diversi tra loro. Giorgia Meloni ha espresso «solidarietà e sincera vicinanza», dichiarando che «l'Italia condanna e si oppone con forza a qualsiasi forma di odio ed estremismo» e che il Paese è «al fianco della Germania e del popolo tedesco». Una nota di vicinanza istituzionale, misurata, senza indicazioni esplicite sulla natura dell'attacco.

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Su un piano più polemico si è mosso Matteo Salvini. Il vicepremier e segretario della Lega ha scritto su X che «il fanatismo islamico è IL PROBLEMA, in Italia e in Europa», chiedendo di «fermare ogni concessione di spazi a realtà islamiche finché non ci sarà un accordo scritto con lo Stato italiano, come avviene da tempo per molte altre confessioni religiose». Una posizione che rilancia il tema del controllo degli spazi di culto e delle organizzazioni islamiche, già al centro del dibattito sulla sicurezza interna.

L'altro vicepremier, Antonio Tajani, ha scelto un registro più europeista: in un messaggio al suo omologo tedesco Johann Wadephul ha dichiarato che «l'Europa unita si schiera contro l'ombra del terrorismo, contro chi attraverso l'odio e la violenza mira a colpire la libertà dei cittadini».

Tra le voci più nette è quella di Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, che ha trasformato la tragedia berlinese in un attacco diretto alla sinistra italiana: «Ora, cari sinistri, continuate a sfilare con le bandiere della Palestina e continuate a favorire l'immigrazione di massa dai paesi islamici». Vannacci ha in passato sostenuto che l'Italia avrebbe un problema specifico con alcune comunità di seconda generazione, e che la sinistra utilizzerebbe l'immigrazione e l'islam politico come leva elettorale — una tesi che parte delle forze di opposizione respinge come strumentale e generalizzante.

Nessuna voce significativa della sinistra o del centrosinistra italiano risulta al momento inclusa nel dossier disponibile, il che rende impossibile restituire, per ora, una piena pluralità di posizioni sul tema. Ciò che emerge con chiarezza è la tendenza, ormai consolidata, a leggere ogni attentato di matrice jihadista attraverso le lenti dei rispettivi profili politici: chi enfatizza la condanna istituzionale, chi punta sulla restrizione delle libertà religiose, chi usa la tragedia come ariete nel dibattito sull'immigrazione. Il dolore di Berlino — una donna morta, decine di feriti, una piazza di libertà trasformata in scena del crimine — rischia così di diventare, anche questa volta, materiale da campagna.

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