Minori e reati, il governo cambia le regole: cosa prevede la riforma approvata oggi
Da oggi i minori tra i 14 e i 18 anni saranno considerati capaci di intendere e di volere per presunzione di legge, salvo che la difesa dimostri il contrario. È la svolta al centro del disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 23 luglio 2026, che modifica l'articolo 98 del Codice penale e l'articolo 9 del decreto del Presidente della Repubblica n. 448 del 1988. Una riforma che non abbassa l'età minima per l'imputabilità — che rimane ferma a 14 anni — e non tocca le pene previste per i minori, ancora ridotte rispetto a quelle degli adulti, ma che ribalta la logica del processo: finora era il giudice ad accertare caso per caso se il ragazzo avesse la maturità necessaria per rispondere delle proprie azioni. D'ora in avanti sarà la difesa a dover dimostrare il contrario.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha presentato la misura come un necessario aggiustamento del sistema. La norma, ha detto, intende «invertire l'onere della prova» e «facilitare le indagini», ed è il «tassello finale di tutta una serie di provvedimenti, a cominciare dal decreto Caivano», adottati in risposta all'aumento della delinquenza minorile. Un richiamo tutt'altro che generico: i dati disponibili indicano che gli omicidi commessi da minori sono aumentati di oltre il 150% nei dodici mesi compresi tra maggio 2025 e maggio 2026, passando da 14 a 35 casi e arrivando a rappresentare circa il 12% del totale nazionale. Tra il 2019 e il 2024, i minorenni denunciati o arrestati per rissa sono quasi raddoppiati, e i minori coinvolti in reati legati alle armi sono passati da 778 a 1.946 nello stesso periodo.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato la misura in un videomessaggio: «Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne». La premier ha aggiunto che il provvedimento «colpisce soprattutto chi crede di essere intoccabile, sfrutta i minori come manovalanza per i propri affari, ma serve anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla». Allo stesso tempo Meloni ha riconosciuto che «la fermezza senza alternative non basta», citando la necessità di interventi su famiglie, scuola, formazione, lavoro, centri sportivi e spazi di aggregazione.
Le opposizioni non hanno atteso. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha liquidato il provvedimento con un «basta con la propaganda», sottolineando anche che il Consiglio dei Ministri non ha discusso del prezzo della benzina, tornata sopra i due euro al litro. Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha parlato di «deriva autoritaria» e di «fallimento delle politiche della destra»: il fatto stesso che il governo invochi l'emergenza delinquenza minorile dopo sei decreti sicurezza e il decreto Caivano, ha argomentato, testimonia l'inefficacia degli strumenti già adottati. Un argomento che si scontra però con la realtà dei numeri: il numero di minori e giovani adulti in carico ai servizi minorili è aumentato del 36% tra settembre 2023 e i due anni successivi, un dato che il governo legge come effetto di una maggiore capacità di intercettazione del fenomeno.
La voce più tecnica nel dibattito è quella di Save the Children, che ha espresso perplessità di merito sull'impostazione della riforma. L'organizzazione ha ricordato che «la giustizia giovanile non può seguire il modello degli adulti» e ha avvertito che «considerare di regola imputabile un minore ultraquattordicenne rischia di trasmettere un messaggio rischioso: che la risposta penale agli errori degli adolescenti debba essere uguale a quella degli adulti». A sostegno della propria posizione, Save the Children ha citato un dato eloquente: le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni erano già scese da 256 nel 2004 a sole 60 nel 2024, segno che i giudici ricorrevano alla clausola con sempre minore frequenza anche prima della riforma. Per l'organizzazione, dunque, l'imputabilità automatica non risolve il problema strutturale della violenza giovanile.
Il provvedimento è ora un disegno di legge, e come tale dovrà percorrere l'iter parlamentare prima di diventare legge. Il confronto politico e giuridico sul testo è appena cominciato, e difficilmente si esaurirà in tempi brevi: la riforma tocca nodi profondi della giustizia minorile italiana, un sistema che affonda le radici nei Tribunali per i minorenni istituiti nel 1934 e nell'impianto del Codice penale del 1930, e che per decenni ha rivendicato una sua specificità rispetto alla giustizia degli adulti. Quella specificità, oggi, è al centro di un dibattito che divide maggioranza e opposizioni, ma anche gli esperti del settore.