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Minori e processo penale, il governo cambia le regole: cosa prevede il ddl e perché fa discutere
Foto: KATRIN BOLOVTSOVA / Pexels

Minori e processo penale, il governo cambia le regole: cosa prevede il ddl e perché fa discutere

La Redazione ·24 luglio 2026 21:18

Un ragazzo di sedici anni che commette un reato dovrà essere considerato, salvo prova contraria, pienamente consapevole di ciò che ha fatto. È questa, in sintesi, la svolta contenuta nel disegno di legge sulle "Modifiche in materia di imputabilità del minore" approvato dal Consiglio dei Ministri il 23 luglio 2026, su proposta della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Una norma che non ha ancora compiuto ventiquattr'ore di vita ma ha già acceso un dibattito acceso tra giuristi, associazioni e opposizione.

Per capire la portata del cambiamento occorre partire da come funziona oggi il sistema. L'articolo 98 del Codice penale stabilisce che un minore tra i 14 e i 18 anni è imputabile soltanto se, al momento del fatto, aveva la capacità di intendere e di volere: una condizione che il giudice è tenuto ad accertare caso per caso, valutando la maturità del singolo adolescente. Con il ddl questa logica si rovescia: la capacità si presume automaticamente, a meno che la difesa non riesca a dimostrare il contrario. In gergo tecnico si parla di inversione dell'onere della prova. La soglia minima di imputabilità resta ferma a 14 anni, le pene non aumentano e non si introducono nuovi reati.

Nordio ha spiegato la ratio della riforma con parole dirette: un ragazzo di 16 anni è «normalmente consapevole delle proprie azioni», e partire da questo presupposto facilita le indagini senza abbassare l'età penale. Il ministro ha collegato il provvedimento all'aumento della criminalità minorile, cresciuta secondo il governo «sia quantitativamente che qualitativamente», e lo ha definito il «tassello finale» di una strategia avviata con il cosiddetto decreto Caivano. Meloni, dal canto suo, ha sintetizzato l'obiettivo politico: «Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni, anche quando è minorenne».

La risposta dell'Unione delle Camere Penali è arrivata puntuale e durissima. L'organizzazione che riunisce gli avvocati penalisti ha sollevato «forti dubbi di compatibilità costituzionale», sostenendo che la riforma «incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile». La critica di fondo è culturale prima ancora che tecnica: il sistema penale minorile italiano — costruito sul Codice penale del 1930 e sul processo minorile del 1988 — nasce dalla consapevolezza che l'adolescenza è una fase di personalità in formazione, e che la maturità non può essere data per scontata ma va verificata sul campo. Introdurre una presunzione automatica, per quanto relativa, significherebbe secondo i penalisti aprire la strada a una «preoccupante regressione culturale» e, nel peggiore degli scenari, a una progressiva riduzione dell'età di imputabilità.

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Anche Save the Children ha preso posizione, con argomenti in parte diversi ma convergenti. L'organizzazione ricorda che i casi in cui i giudici riconoscono concretamente l'immaturità di un minore sono già oggi molto limitati: nel 2024 si sono contate appena 60 sentenze di non luogo a procedere per immaturità in tutta Italia. Un dato che, secondo Save the Children, smonta l'idea che il sistema attuale sia indulgente: semmai dimostra che i giudici già oggi fanno un uso molto circoscritto di quella valutazione. Allontanarsi dai principi di valutazione caso per caso, recupero educativo e prevenzione significherebbe snaturare un modello che, nel confronto europeo, ha rappresentato un punto di riferimento.

Le opposizioni hanno parlato di «meccanismo perverso» e accusano il governo di indebolire la funzione educativa della giustizia minorile, sollevando anch'esse dubbi sulla compatibilità con la Costituzione: gli automatismi, sostengono, non dovrebbero trovare spazio nel diritto penale. Antigone, Defence for Children e Libera avevano già lanciato un segnale a maggio 2026, promuovendo gli Stati Generali della Giustizia Minorile per denunciare quella che definiscono una «drammatica regressione» del sistema verso una logica repressiva. Per Antigone non esiste un'emergenza criminalità minorile tale da giustificare una simile svolta: la risposta giusta, secondo l'associazione, andrebbe cercata nella prevenzione e nelle opportunità educative.

Nel quadro complessivo va segnalato un ulteriore elemento: in commissione Giustizia alla Camera è in discussione una proposta di legge a prima firma di Marta Fascina (Forza Italia) che punta ad abbassare l'età minima di imputabilità penale da 14 a 13 anni. Si tratta di un percorso separato rispetto al ddl governativo, ma che si inserisce nello stesso clima di revisione del sistema penale minorile. Il confronto politico e giuridico, insomma, è appena cominciato.

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