Meloni rilancia la linea dura: stabilità, sicurezza e stop agli inciuci
Giorgia Meloni torna a insistere su un punto che considera decisivo: lo Stato, davanti alla violenza, deve rispondere con fermezza, ma senza rinunciare all’accertamento dei fatti. Nel commentare la morte di Abderrahim Fakir a Bologna e le tensioni esplose nei giorni successivi, la premier definisce irresponsabile la scelta del sindaco Matteo Lepore di chiamare la piazza subito dopo la tragedia, prima che fossero chiarite eventuali responsabilità. Secondo Meloni, un’iniziativa del genere rischia di trasformarsi in una condanna preventiva delle forze dell’ordine e finisce per offrire un varco ai gruppi antagonisti, pronti a trasformare il disagio in scontro aperto. Il messaggio è netto: niente ambiguità verso chi devasta le città, aggredisce la polizia e alimenta la violenza di strada.
Dentro questa cornice si inserisce anche il ragionamento sul caso Roggero, che per la presidente del Consiglio diventa il simbolo di un problema più ampio: la proporzionalità della pena. Meloni sostiene che il sistema giudiziario non possa ignorare il contesto in cui un cittadino si trova a reagire a una rapina o a una minaccia grave, soprattutto quando paura, stress e concitazione rendono difficile mantenere la lucidità richiesta in circostanze ordinarie. La sua tesi è che non si possa chiedere a una persona comune lo stesso sangue freddo di chi è addestrato a gestire situazioni di pericolo. È un passaggio che punta diritto al tema della legittima difesa, ma anche alla percezione, sempre più politica, di una giustizia che talvolta appare sganciata dal senso comune.
Da qui Meloni allarga il discorso alla legge elettorale, che per lei dovrebbe assicurare un obiettivo molto preciso: stabilità. Rivendica il valore della fase politica attuale, descritta come un periodo in cui un governo solido ha consentito all’Italia di muoversi con maggiore continuità sul piano economico, istituzionale e internazionale. Per questo insiste su una riforma capace di evitare governi nati da compromessi opachi, maggioranze costruite dopo il voto e quei giochi di palazzo che, nel suo racconto, hanno spesso consentito alla sinistra di governare anche senza vincere. La formula che propone è semplice e aspra insieme: chi vince deve poter governare davvero, senza inciuci né alleanze innaturali. E sulle preferenze, assicura, la sua posizione resta immutata.