Mattarella al Quirinale: il cinema come patrimonio, lavoro e libertà
Alla Sala degli Specchi del Quirinale, tra candidati e premiati ai David di Donatello, il cinema non è solo un’arte di immagini, ma un motore di identità nazionale. Il presidente della Repubblica, in un discorso che intreccia memoria storica e prospettiva industriale, invita il mondo del film italiano a non rinunciare all’audacia e a coltivare la libertà di progetto. Non si tratta di una semplice raccomandazione estetica, ma di una vera e propria chiamata a considerare il cinema come un patrimonio del Paese, da sostenere, valorizzare e incoraggiare sia nelle produzioni consolidate sia nelle sperimentazioni più coraggiose.
Mattarella sottolinea che il cinema è anche lavoro, un ecosistema complesso che muove oltre centomila persone e un’intera filiera di servizi. Dietro ogni pellicola, ogni serie, ci sono maestranze, tecnici, autori, distribuzione, sale, restauro: un sistema che genera ricchezza culturale, sociale ed economica. Perché questo sistema continui a crescere, dice il capo dello Stato, è necessario mantenere alta la qualità delle idee, la competitività delle produzioni e un legame profondo con il pubblico. È un equilibrio delicato, che richiede dialogo tra istituzioni e settore, senza pregiudizi né riduzioni del tema a mera richiesta di sostegni.
Il presidente ricorda che l’Italia ha le forze e le competenze per generare nuovi prodotti, co‑produzioni internazionali e attrarre produzioni straniere nei propri studi e nei propri luoghi. È paradossale, avverte, che siano proprio i giovani a pagare il prezzo delle trasformazioni in corso, quando sono loro a portare dentro film e serie le nuove idee, i sogni, le domande di un’epoca che cambia. Il cinema, aggiunge Mattarella, ha accompagnato la crescita del Paese, contribuendo a plasmare il linguaggio degli italiani, a trasformare immagini in icone e a mostrare al mondo la bellezza, i paesaggi, il modo di vivere e la socievolezza dell’Italia. La qualità delle immagini italiane ha generato simpatia, curiosità, amicizia, e ha reso visibile al mondo un “genio” collettivo.
Richiamando gli ottant’anni di Sciuscià di Vittorio De Sica, Mattarella lega il neorealismo alla nascita della Repubblica. In quel film, il cinema non ha nascosto le ferite della guerra e della dittatura, ma ha mostrato la volontà di ricostruire, senza rinunciare ai valori umani più profondi. Il cinema, in questo racconto, marcia al fianco della storia: racconta, emoziona, cattura attenzioni, trasmette idee, suscita divertimento e commozione. È un compagno di viaggio della democrazia, che interpreta il presente e anticipa il futuro.
Dal fronte istituzionale, il ministro della Cultura ribadisce che il cinema italiano va tutelato come industria, arte, presidio culturale e soprattutto lavoro. È necessario difendere i diritti degli “invisibili” del cinema: maestranze precarie, disoccupati, lavoratori privati della prospettiva pensionistica e del riconoscimento di malattia o genitorialità. Per questo, annuncia nuovi 20 milioni di euro aggiuntivi per il Fondo Cinema e Audiovisivo, che portano la dotazione complessiva a 626 milioni. Un segnale concreto che intende sostenere la catena del valore cinematografico in un tempo fragile, segnato da incertezze geopolitiche ed economiche.
I dati recenti raccontano di una ripresa significativa: nel 2025 la produzione nazionale ha raggiunto oltre il 32 per cento degli incassi e delle presenze, il miglior risultato dal 2016. Il primo trimestre del 2026 mostra segnali ancora più incoraggianti, con un aumento del 24,8 per cento negli incassi e dell’18 per cento nelle presenze per i film italiani. Quando il pubblico incontra qualità, la potenza creativa trova un riscontro anche finanziario. Il ministro non nasconde però le criticità: alcune opere hanno ottenuto finanziamenti pubblici immeritati, altre, pur meritandoli, ne sono state escluse. È il caso di un docufilm su Giulio Regeni, la cui memoria è richiamata con accorato impegno morale e la promessa di maggiore trasparenza e coscienza.
Dal canto suo, l’attrice Matilda De Angelis porta alla luce il disagio dei lavoratori del cinema, una categoria che sente di essere stata umiliata. Non vuole essere drammatica, ma preferisce non fare finta di niente davanti a una situazione che, secondo lei, sta diventando angosciante e svilente. È assurdo, aggiunge, che si debba umiliare una categoria per ricordarsi che esiste. Per la cerimonia dei David, vede il palcoscenico come un’occasione per portare un messaggio, pur non anticipandolo. Invita a ritrovare l’unità, a ripensarsi come una vera collettività: artisti, maestranze, tecnici, lavoratori, tutti insieme. È un appello alla comunità, che negli anni avrebbe perso un senso di appartenenza comune. Ma, conclude, dalle grandi crisi nasce sempre una forma di resistenza. E lei spera di farne parte.