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Imputabilità penale a 14 anni: il governo abbassa la soglia, l'opposizione insorge
Foto: KATRIN BOLOVTSOVA / Pexels

Imputabilità penale a 14 anni: il governo abbassa la soglia, l'opposizione insorge

La Redazione ·24 luglio 2026 1:17

Un adolescente di quattordici anni che commette un reato dovrà rispondere penalmente delle proprie azioni. È questa, nella sua sintesi più diretta, la proposta che il governo Meloni ha messo sul tavolo, abbassando la soglia di imputabilità penale attualmente fissata a diciotto anni per la maggior parte dei reati e a quattordici solo per le infrazioni più gravi, con regole processuali e sanzionatorie distinte rispetto agli adulti. L'intenzione dichiarata dell'esecutivo è colpire il fenomeno della cosiddetta baby-criminalità, che negli ultimi anni ha alimentato un dibattito sempre più acceso nell'opinione pubblica.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affidato la propria posizione a parole nette: «Chi sbaglia risponde delle proprie azioni, anche i minorenni». Una frase che sintetizza la filosofia alla base della riforma: responsabilizzazione individuale senza distinzioni anagrafiche eccessive, con l'obiettivo dichiarato di dare un segnale di fermezza a fronte di episodi di violenza e delinquenza giovanile che, secondo il governo, non possono restare impuniti o affrontati con strumenti ritenuti inadeguati.

La misura, tuttavia, ha immediatamente scatenato le reazioni dell'opposizione, che non ha risparmiato critiche tanto sul merito quanto sul metodo. I partiti di centrosinistra contestano l'impianto culturale della proposta, sostenendo che abbassare la soglia di imputabilità non riduce la criminalità giovanile, ma rischia di alimentare un circolo vizioso: ragazzi molto giovani che entrano precocemente in contatto con il sistema carcerario o con procedimenti penali pesanti finiscono, secondo questa lettura, per uscirne con percorsi di recupero compromessi anziché rafforzati. L'accento, per i critici, andrebbe spostato su prevenzione, educazione e sostegno alle famiglie vulnerabili, non sulla repressione.

Due visioni a confronto

Il dibattito che si è aperto riflette una frattura culturale profonda sul tema della giustizia minorile, che in Italia ha radici storiche ben precise. Il sistema attuale — fondato sul principio che i minori di quattordici anni siano non imputabili e che anche tra i quattordici e i diciotto anni si privilegi la rieducazione sulla punizione — nasce da una scelta deliberata del legislatore repubblicano, rafforzata poi dal codice di procedura penale minorile del 1988, che punta a distinguere nettamente il trattamento dei giovani da quello degli adulti.

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Chi sostiene la riforma del governo replica che la legge attuale è stata pensata per una realtà diversa: i minorenni di oggi, si argomenta, hanno accesso a informazioni, contesti sociali e modelli di comportamento che rendono anacronistica una tutela così ampia. In questa prospettiva, la responsabilizzazione precoce sarebbe essa stessa uno strumento educativo, non una punizione fine a sé stessa.

La controparte ribatte con i dati della criminologia e dell'esperienza comparata: i paesi che hanno abbassato le soglie di imputabilità non hanno registrato riduzioni significative della delinquenza giovanile, mentre hanno visto aumentare i tassi di recidiva tra i giovani che hanno attraversato il sistema penale in età precoce. Il rischio, avvertono esperti e associazioni del settore, è di costruire un percorso che trasforma ragazzi recuperabili in adulti con carriere criminali consolidate.

Non è ancora chiaro, sulla base delle informazioni disponibili, quale forma legislativa assumerà concretamente la proposta — se un disegno di legge governativo, un decreto o un emendamento a provvedimenti già in iter parlamentare — né quali reati specifici rientreranno nel perimetro della nuova imputabilità a quattordici anni. Questi dettagli saranno decisivi per valutare la portata reale della riforma e le sue implicazioni pratiche per i tribunali per i minorenni, già sotto pressione per carenze di organico e risorse.

Ciò che è già evidente è che il tema della giustizia minorile tornerà al centro del confronto politico nelle prossime settimane, con un dibattito destinato a coinvolgere non solo il Parlamento ma anche magistrati, educatori, psicologi e famiglie. Per i cittadini, la posta in gioco è concreta: si tratta di decidere quale modello di società si vuole costruire quando un adolescente attraversa la soglia del reato — se privilegiare la sanzione o investire sul recupero, o trovare un equilibrio tra le due istanze che la proposta del governo, almeno per ora, non ha ancora dettagliato con sufficiente precisione.

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