Il centrodestra spinge su Milano e si riaccende la battaglia sui nomi
Il centrodestra stringe il cerchio intorno a Milano, spingendo a passo sempre più sostenuto per disegnare la sfida a Beppe Sala alle prossime elezioni comunali. È un movimento che si avverte nell’aria politica della città, dove la corsa per la poltrona di sindaco si sta trasformando in un crocevia decisivo per l’intera coalizione. La Lega ha acceso la miccia nel fine settimana schierando una trentina di gazebo in giro per la città, trasformando i banchetti in una sorta di plebiscito anticipato. Tra i nomi più votati emergono quelli di Matteo Salvini e della sua vicesegretaria Silvia Sardone, simboli di una base nordista che non vuole restare marginale nelle scelte milanesi. Parallelamente, Fratelli d’Italia lavora in sottofondo, con il coordinatore lombardo Carlo Maccari pronto a organizzare un confronto strutturato con gli alleati. La parola d’ordine è chiara: accelerare. E il testimonial più in vista di questa spinta è Ignazio La Russa, presidente del Senato, che da mesi si muove come referente politico di una Milano che considera ‘sua’.
La Russa, che da tempo sostiene la corsa di Maurizio Lupi, ribadisce l’urgenza di arrivare presto a un candidato sindaco comune, capace di raccogliere l’intero arco del centrodestra. Parla di una riunione che si sta preparando a Milano o a Roma, voluta da Maccari, e ne sottolinea l’obiettivo: individuare il profilo con più chance di battere la sinistra. In questo quadro, però, la figura di Lupi non convince tutti. Il suo nome, centrista e tecnico, divide gli alleati, soprattutto Forza Italia, che punta su un candidato civico e meno legato alle logiche partitiche. La Russa, intanto, smentisce di aver organizzato un confronto al Senato, come era circolato tra alcuni parlamentari e rimbalzato sui media. Sottolinea che il partito che guida si è distinto proprio per non puntare su un nome, ma per volere una scelta condivisa. Questo atteggiamento riflette un centrodestra ancora in bilico, dove la mancanza di un candidato unico diventa un’assenza visibile e dibattuta, soprattutto nelle conversazioni a microfoni spenti tra gli esponenti di maggioranza.
È proprio in questo clima di incertezza che la Lega prova a sparigliare le carte. Il partito, stretto tra le rivendicazioni del fronte nordista e la pressione del partito di Roberto Vannacci, decide di lanciare una sorta di primarie. Un’iniziativa che, con circa 10 mila partecipanti, mette sul podio Salvini e Sardone, milanese doc e figura di punta nelle battaglie anti Islam e migranti. Salvini, pur fiero di aver raccolto oltre 5 mila preferenze, si affretta a chiarire che il suo ruolo è quello di ministro e che intende continuare a svolgerlo. Ai suoi alleati, però, lascia una mezza stoccata: ricorda che il nome di Lupi non è emerso nelle consultazioni, ma lascia aperta la possibilità che possa affiorare in altre primarie. Vannacci, dal canto suo, annuncia che il suo partito sarà in campo con un proprio candidato sotto la Madonnina, aggiungendo che discuterà con tutti, ma senza mai rinunciare alle proprie ‘linee rosse’. Questa strategia rischia di complicare ulteriormente il quadro, ma per il ‘capitano’ della Lega la partita milanese può essere un diversivo, o un modo per ricordare agli alleati che nulla è ancora scontato.
La tensione interna alla Lega si riflette anche nelle riunioni di vertice. In una cabina di regia con governatori, ministri e amministratori, Salvini cerca di arginare le istanze del fronte nordista, che chiede più peso per il Nord e un restyling del partito, guidato soprattutto da Luca Zaia. Dopo un’ora e mezza di confronto, i big collegati sottolineano che non ci sono state novità sostanziali, ma i temi affrontati sono chiari: autonomia differenziata, sicurezza, sanità e sostegno alle famiglie. L’autonomia è definita una priorità strategica da Nord a Sud, su cui procedere con determinazione. Questa cornice politica nazionale incrocia la battaglia locale, dove la Lega vuole mantenere il controllo della narrazione. Salvini, nel frattempo, cerca di bilanciare il ruolo di ministro con quello di leader di partito, consapevole che la scelta del candidato a Milano potrebbe condizionare il suo futuro politico.
La battaglia sui nomi, quindi, è solo la punta dell’iceberg di un centrodestra che fatica a trovare un equilibrio tra le diverse anime. La Russa punta su un candidato condiviso, Forza Italia su un civico, la Lega su un profilo forte e identitario, mentre Vannacci insiste su un proprio candidato. In questo mosaico, Milano diventa il banco di prova di una coalizione che deve decidere se restare unita o frammentarsi. La corsa per il Comune è un test politico e simbolico, che potrebbe segnare il futuro del centrodestra in una delle città più importanti d’Italia. Mentre i gazebo della Lega chiudono i loro banchetti e i nomi dei più votati vengono sommati, la sensazione è che la partita sia ancora aperta, ma che il tempo per decidere stia per scadere.