Giorgia Meloni ha accolto le dure parole di Donald Trump con una reazione ferma e decisa, trasformando un momento di tensione in un’affermazione di indipendenza. A Palazzo Chigi, ci si aspettava una risposta, ma non con toni così netti. L’esigenza di inviare un segnale chiaro era impellente: esistono limiti invalicabili. Prima ancora di leggere le aspre parole sul sito del Corriere della Sera – un contrasto stridente con i precedenti complimenti zuccherosi – la premier ha tracciato una linea rossa. L’attacco a Papa Leone è inaccettabile, ha ribadito con veemenza, tingendo le sue parole di un sarcasmo sottile verso le opposizioni. Non ho visto tanti altri leader esprimersi così sul presidente americano, ha aggiunto, smontando chi parla di sudditanza.
La distanza si era già insinuata nelle settimane precedenti, in sordina. Nessun contatto ufficiale tra i due dall’inizio della nuova guerra nel Golfo, un conflitto non comunicato che, per ora, arreca solo danni all’Italia. Lo ammette lo stesso Trump, lamentando l’assenza di dialoghi con l’alleata che riteneva più audace. Questo scontro dimostra, al di là di ogni dubbio, l’assenza di sudditanza. Negli ultimi decenni, non si ricorda un presidente del Consiglio che, nello stesso giorno, replichi con pari risolutezza sia a Israele – annunciando la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di difesa – sia agli Stati Uniti. Da un lato Benjamin Netanyahu con gli attacchi in Libano, dall’altro Trump con l’affondo sul Papa: entrambi ci danneggiano. Tacere non era un’opzione.
Ai vertici dell’esecutivo, il ragionamento è cristallino: nessun premier, indipendentemente dal colore politico, avrebbe potuto ignorare le parole contro Prevost. Dopo la nota mattutina di Palazzo Chigi, Meloni ha ponderato con cura la mossa più adeguata in una situazione tanto insolita. Ha scelto un intervento forte, per fugare equivoci. Restare in silenzio avrebbe esposto a critiche feroci in Italia, persino sui social, come confermano i sondaggi che vedono l’81% degli italiani sostenere la sua difesa del Papa. Se fosse accaduto prima, ironizza un esponente di maggioranza, avremmo evitato la sconfitta al referendum.
In politica estera contano i fatti, osserva un ministro. Il cambio di rotta è tangibile, pur mantenendo legami solidi con gli alleati oltreoceano. Nessuno, a iniziare dalla premier, mette in discussione l’ancoraggio italiano all’Occidente. Se la guerra in Iran si concludesse rapidamente, una ricomposizione con Trump non è da escludere, anche se i rapporti difficilmente torneranno com’erano. La crisi pesa sull’economia: Meloni esprime apertamente preoccupazione, sapendo che senza la riapertura dello stretto di Hormuz nessuna azione nazionale basterà, se non interviene Bruxelles sospendendo il patto di stabilità. E l’altro fronte, quello ucraino, resta aperto.
A Volodymyr Zelensky, in arrivo per l’incontro a Palazzo Chigi – seguito da un colloquio con il presidente Sergio Mattarella – Meloni rinnoverà il sostegno senza se e senza ma, immutato in questi quattro anni. Un impegno che perdurerà fino a una pace sostenibile per Kiev e per l’Europa.







