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Politica Interna
Gemellaggio Tel Aviv, si apre la frattura tra Sala e Pd

Gemellaggio Tel Aviv, si apre la frattura tra Sala e Pd

La Redazione ·21 maggio 2026 7:12

La tensione esplode nel punto più delicato: il rapporto tra Giuseppe Sala e il Partito Democratico si incrina sul gemellaggio con Tel Aviv, trasformando una discussione politica in un segnale di sfiducia che il sindaco di Milano non intende minimizzare. Le parole pronunciate in aula dalla capogruppo dem Beatrice Uguccioni lo hanno colpito nel profondo, perché agli occhi del primo cittadino non si tratta solo di un passaggio polemico, ma del sintomo di una maggioranza che, proprio nel momento in cui dovrebbe mostrarsi compatta, lascia emergere crepe evidenti. Sala lo ha detto senza giri di parole: quando chi governa una città comincia a perdere coesione, non è più solo una questione di metodo, ma di tenuta politica.

Il nodo, ancora una volta, è il gemellaggio con la città israeliana. Da mesi il tema divide la coalizione, e la recente decisione dei Verdi di riportare in aula un ordine del giorno per chiedere l’attuazione di quanto approvato lo scorso ottobre ha riacceso lo scontro. Quella deliberazione puntava a interrompere il gemellaggio come forma di protesta per quanto accade a Gaza, e per i suoi sostenitori il Consiglio non può essere ignorato. Sala, però, ha mantenuto ferma la sua linea, richiamando la lettera inviata dal sindaco Ron Huldai e difendendo la necessità di preservare il legame. In mezzo, una maggioranza che prova a tenersi insieme mentre discute pubblicamente di una frattura che ormai non è più soltanto sotterranea.

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La bocciatura del documento dei Verdi ha reso tutto ancora più evidente. Decisivo è stato il voto contrario di tre consigliere del Pd, che si sono affiancate ai Riformisti e alla Lista La Civica Milano, lasciando emergere una spaccatura interna che ha pesato non solo sull’esito dell’ordine del giorno, ma anche sull’immagine dell’intera coalizione. Sala ha giudicato improprie le parole usate dalla capogruppo dem e ha ricordato che amministrare una città significa poter contare su una maggioranza salda, soprattutto quando il dibattito tocca questioni simbolicamente forti. In questo passaggio, più che il merito della vicenda, conta il segnale politico: qualcosa si è rotto, o quantomeno si è incrinato visibilmente.

Il Pd, dal canto suo, prova a ricucire. Alessandro Capelli respinge l’idea che il voto equivalga a una sfiducia nei confronti del sindaco e rivendica una posizione coerente, già espressa in precedenza sia in aula sia negli organismi del partito. La linea ufficiale è quella del confronto, dell’unità e della preparazione all’ultimo anno di mandato, con lo sguardo già rivolto alle elezioni del 2027 e alla costruzione di un’alternativa alle destre. Ma il tentativo di riportare la discussione su toni più controllati non basta a cancellare la sensazione che il rapporto tra Sala e il suo partito stia attraversando una delle sue fasi più fragili. Sullo sfondo, la destra osserva e rilancia: la Lega chiede le dimissioni del sindaco e sostiene che la maggioranza sia arrivata al capolinea. E così, mentre il centrosinistra cerca un equilibrio, la crisi politica diventa sempre più visibile.

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