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Fakir, la Croce Rossa: "Abbiamo tentato di rianimarlo". Piantedosi: "Non temiamo nulla"
Illustrazione generata con AI

Fakir, la Croce Rossa: "Abbiamo tentato di rianimarlo". Piantedosi: "Non temiamo nulla"

La Redazione ·23 luglio 2026 4:16

Mentre l'autopsia sul corpo di Abderrahim Fakir non ha ancora restituito risposte certe, il caso del 42enne di origini marocchine morto il 19 luglio 2026 nel quartiere Pilastro di Bologna continua a scuotere la politica e l'opinione pubblica. Le dichiarazioni si moltiplicano, le polemiche non si placano, e i familiari chiedono di essere lasciati elaborare il lutto in attesa che la magistratura faccia il suo lavoro.

Fakir è deceduto mentre due agenti di polizia lo stavano immobilizzando a terra. Prima dell'intervento, l'uomo si trovava in uno stato di forte agitazione, con frasi sconnesse: in un video circolato online lo si sente urlare «Aiuto, basta». Gli agenti erano intervenuti su segnalazione di cittadini e avrebbero fatto uso di spray al peperoncino prima di bloccarlo. Sul corpo sono state riscontrate lesioni alla testa e al volto. La Procura della Repubblica di Bologna ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo, iscrivendo sei persone nel registro degli indagati: i due poliziotti intervenuti e i quattro operatori sanitari della Croce Rossa presenti sul posto.

Proprio la Croce Rossa Italiana ha rilasciato una dichiarazione che ricostruisce il proprio intervento. L'equipaggio — composto da quattro operatori BLSD, Basic Life Support Defibrillation, senza medico né infermiere — era stato inviato inizialmente per un codice verde, con la situazione che è rapidamente cambiata. Giunti sul posto al termine dell'intervento degli agenti, i volontari hanno eseguito manovre di rianimazione cardiopolmonare e utilizzato un defibrillatore. Il dispositivo DAE è stato successivamente consegnato ai magistrati. La Procura acquisirà anche le linee guida del Viminale sulle tecniche di contenimento e svolgerà accertamenti sul sistema del 118 per capire le modalità di invio dell'ambulanza.

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Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha scelto il profilo della fermezza. «Non temiamo nulla», ha dichiarato, sottolineando che gli episodi sono «ampiamente documentati» da video e fotografie. Il ministro ha indicato le bodycam come strumento fondamentale per garantire trasparenza e certificazione dell'operato delle forze dell'ordine, e ha difeso l'applicazione del cosiddetto modello 45 bis per gli agenti coinvolti, precisando che non si tratta di uno «scudo penale» ma di una corretta collocazione del caso secondo una legge del governo Meloni. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha a sua volta puntualizzato che l'espressione «scudo penale» sarebbe impropria: si dovrebbe parlare, ha detto, di «scudo processuale». Piantedosi ha infine respinto le «espressioni pregiudizialmente contrarie» alle forze dell'ordine, ribadendo che «in Italia nessuno è al di sopra della legge».

A fare da sfondo alla querelle istituzionale ci sono gli scontri del lunedì sera. Il 20 luglio una manifestazione in memoria di Fakir, convocata dal sindaco di Bologna Matteo Lepore con la partecipazione dei familiari dell'uomo, è degenerata in violenza: un gruppo di manifestanti ha lanciato bottiglie e bombe carta contro la polizia, che ha risposto con idranti e fumogeni. Due automobili sono state incendiate, danneggiate vetrine, sportelli bancomat e cassonetti. Il bilancio finale ha contato 69 feriti: cinque tra i manifestanti e 64 tra le forze dell'ordine. Il sindaco Lepore è stato duramente criticato da esponenti della destra, compreso lo stesso Piantedosi, per aver indetto la manifestazione; il Viminale sta inoltre verificando se fosse stato presentato un formale preavviso in Questura, circostanza che non risulta confermata.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato che la verità va ricercata «fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno», aggiungendo però che «nulla può giustificare la violenza contro le Forze dell'Ordine». Le opposizioni hanno chiesto un'informativa urgente in Parlamento al ministro Piantedosi. Nel mezzo di tutto questo, i familiari di Fakir hanno lanciato un appello sobrio e preciso: lasciare che l'autopsia faccia il suo corso, aspettare i risultati prima di trarre conclusioni. Una richiesta che, al netto delle fiammate politiche, sembra ancora faticosamente a trovare ascolto.

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