Esplosione a Colleferro, Calenda chiede al governo di riferire in Parlamento sull'ipotesi di attacco ibrido russo
Il 13 agosto un deposito di munizioni NATO è saltato in aria in provincia di Roma. Indagini aperte, il Copasir segue il caso. Crosetto frena.
Uno stabilimento che produce proiettili standard NATO è esploso in provincia di Roma il 13 agosto scorso, lasciando un cratere di dieci metri di diametro nel terreno e una domanda sospesa nell'aria: incidente o sabotaggio? A distanza di pochi giorni, la vicenda è diventata un caso politico. Carlo Calenda, leader di Azione, ha chiesto al governo di riferire immediatamente in Parlamento, alla ripresa dei lavori, sulla possibile matrice russa dell'esplosione avvenuta a Colleferro. Se confermata, ha dichiarato il politico, si tratterebbe del più grave attacco ibrido mai avvenuto sul suolo italiano e uno dei più devastanti a livello europeo.
L'impianto interessato è quello di Knds Ammo Italy, già nota come Simmel Difesa, azienda specializzata nella produzione di munizioni di medio e grosso calibro per la difesa terrestre e navale, oltre che di combustibili solidi per vettori aerospaziali. È uno dei principali produttori europei di proiettili da 155 mm standard NATO, il calibro più utilizzato nei cannoni occidentali consegnati all'Ucraina. Non è un dettaglio secondario: l'azienda ha anche una filiale a Kiev per la manutenzione di mezzi militari, un legame diretto con il teatro di guerra russo-ucraino che gli investigatori tengono bene in mente.
L'esplosione, preceduta da un incendio, ha gravemente danneggiato un'ala dell'impianto. I dipendenti si trovavano in un altro capannone al momento della deflagrazione e non si sono registrate vittime. La Procura di Velletri ha aperto un'inchiesta, e i Carabinieri del Ris hanno già prelevato campioni di materiali — tra cui gelatina esplosiva ad alto potenziale — per esami di laboratorio. Sono in corso verifiche su telecamere di sorveglianza e celle telefoniche della zona, per accertare se nei giorni precedenti vi siano state presenze estranee all'interno della fabbrica.
Gli inquirenti, come confermato da più fonti, non escludono possibili collegamenti con le esplosioni avvenute in stabilimenti simili in Bulgaria il 10 agosto scorso, appena tre giorni prima. A destare ulteriori sospetti è stata l'attività di bot riconducibili a Mosca che, sui social media, hanno festeggiato l'accaduto nelle ore successive. Le televisioni russe, secondo le ricostruzioni circolate, hanno dato ampio risalto all'evento.
La richiesta di chiarimenti al governo non viene solo da Azione. Anche Filippo Sensi del Partito Democratico ha sollecitato risposte ufficiali. Il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, sta seguendo la vicenda ed è in contatto con le agenzie di intelligence italiane.
A frenare le interpretazioni più allarmistiche è intervenuto il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha dichiarato come allo stato attuale non risultino elementi tali da indicare qualcosa di diverso da un problema interno. Crosetto ha anche sottolineato che non c'è bisogno di «inventare colpe» per chi, a suo giudizio, conduce già una pericolosa guerra ibrida — un passaggio che suona come un monito alla prudenza prima ancora che una smentita netta.
Il concetto di guerra ibrida è al centro del dibattito da anni: si tratta di un tipo di conflitto che affianca azioni convenzionali a sabotaggi, attacchi informatici, manipolazione dell'informazione e ingerenze nei processi politici, operando in quella che gli analisti chiamano la «zona grigia» tra pace e guerra non dichiarata. La cosiddetta Dottrina Gerasimov — dal nome del capo di stato maggiore russo che ne ha teorizzato i principi — prevede che ogni aspetto delle relazioni internazionali possa diventare un campo di battaglia. In questo quadro, colpire un fornitore di munizioni per l'Ucraina rientrerebbe in una logica coerente, anche se per ora rimane un'ipotesi investigativa, non una conclusione.
Le risposte definitive arriveranno dagli esami di laboratorio e dalle analisi tecniche ancora in corso. Fino ad allora, il caso di Colleferro resta aperto su tutti i fronti: giudiziario, politico e diplomatico.