Decreto anti-maranza: dal 14 anni si è imputabili per default. Cosa cambia e cosa dice l'opposizione
Per decenni, un giudice che si trovava di fronte a un imputato minorenne doveva accertare, caso per caso, se quel ragazzo fosse davvero in grado di capire cosa stava facendo e di volerne le conseguenze. Era una valutazione individuale, prevista dall'articolo 98 del Codice Penale e risalente all'impianto del cosiddetto Codice Rocco. Con il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 23 luglio 2026, quell'impostazione si ribalta: la capacità di intendere e di volere, per i minori tra i 14 e i 18 anni, si presume esistente. Sarà la difesa a dover dimostrare il contrario.
Il provvedimento, subito ribattezzato decreto anti-maranza dai media e dallo stesso dibattito politico, non abbassa la soglia minima di imputabilità penale, che rimane fissata a 14 anni. E, secondo il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, non inaspisce nemmeno le pene. La novità, ha spiegato il ministro, sta nell'«inversione dell'onere della prova» sulla capacità di intendere e di volere. In termini pratici: dove prima toccava all'accusa o al giudice accertare la maturità del minore, ora è la difesa a doverla mettere in discussione. Il ddl modifica anche l'articolo 9 del decreto presidenziale sul processo penale minorile, consentendo al giudice e al pubblico ministero di acquisire elementi utili a questo giudizio.
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inquadrato la misura come un messaggio di responsabilità: «Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne». Meloni ha aggiunto che la norma «colpisce soprattutto chi crede di essere intoccabile, sfrutta i minori come manovalanza per i propri affari ma serve anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla».
Il provvedimento arriva al termine di una sequenza di interventi sulla sicurezza avviata dal governo con il decreto Caivano del settembre 2023. A febbraio 2026 era stato varato un primo pacchetto sicurezza, poi il 14 luglio un nuovo ddl che già introduceva il fermo preventivo esteso ai minorenni e il divieto di aggregazione. Nordio ha definito il testo approvato giovedì «il tassello finale di tutta una serie di provvedimenti adottati in seguito all'aumento della delinquenza minorile».
I numeri dietro la norma
I dati citati nel dossier governativo mostrano una situazione che merita qualche distinzione. L'Italia ha uno dei tassi di criminalità minorile più bassi in Europa, ma nel decennio 2014-2024 alcune categorie di reati commessi da minorenni tra i 14 e i 17 anni sono cresciute in modo significativo: le denunce o gli arresti per rapina sono più che raddoppiati, lo stesso vale per le lesioni personali, e i reati di rissa sono aumentati di quasi il cento per cento tra il 2019 e il 2024. Nel primo semestre del 2025, 507 minorenni sono stati segnalati per rissa, con Milano, Genova e Palermo tra le città metropolitane più coinvolte. Il numero complessivo di minorenni e giovani adulti in contatto con il sistema giudiziario è passato da 329 ogni centomila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023.
Le critiche dell'opposizione e delle organizzazioni
Le reazioni contrarie sono arrivate puntuali e dure. La segretaria del PD Elly Schlein ha liquidato il provvedimento come «propaganda», in un momento in cui — ha sottolineato — la benzina è tornata a costare due euro. Il deputato dem Matteo Mauri ha parlato di una norma che «criminalizza un'intera generazione» e ha accusato il governo di scegliere la repressione invece di affrontare le radici del disagio giovanile. Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra ha evocato una «deriva autoritaria», sostenendo che il fallimento dei precedenti decreti sicurezza dimostri che la strada intrapresa non funziona.
Dubbi più tecnici sono stati sollevati da osservatori giuridici, secondo cui il diritto penale minorile mal si concilia con gli automatismi presuntivi, e che su questo punto potrebbe intervenire la Corte Costituzionale. Save the Children ha avvertito che «la violenza giovanile non può essere affrontata prendendo a modello la giustizia degli adulti», ribadendo che servono prevenzione, educazione e inclusione.
Il ddl dovrà ora seguire l'iter parlamentare. Sul merito del testo finale, e su eventuali modifiche in aula, il dibattito è appena cominciato. Quel che è certo è che il principio di fondo — la presunzione di maturità, anziché la sua verifica — segna una discontinuità rispetto a un'impostazione che in Italia durava da decenni.