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Chat di Delmastro secretate, il Senato va in tilt: cos'è davvero in gioco
Illustrazione generata con AI

Chat di Delmastro secretate, il Senato va in tilt: cos'è davvero in gioco

La Redazione ·23 luglio 2026 1:15

Un cartello con su scritto "Fuori le chat", i banchi del governo occupati dai senatori del Movimento 5 Stelle, cori di "Vergogna!" che echeggiavano nell'Aula di Palazzo Madama: la seduta di ieri al Senato si è trasformata in una scena di aperta protesta, fino alla sospensione decisa dalla presidente di turno Mariolina Castellone. Al centro di tutto c'è una decisione presa il 22 luglio 2026 dalla Giunta per le Autorizzazioni a procedere della Camera: il diniego alla Procura di Roma di acquisire le chat di Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia e deputato di Fratelli d'Italia.

Per capire perché quella decisione abbia innescato un caso politico di tale portata, bisogna partire dall'inchiesta che la magistratura romana sta conducendo su un ristorante di via Tuscolana, la cosiddetta Bisteccheria d'Italia, nota anche come "Le 5 Forchette". Delmastro era stato socio, insieme ad altri esponenti di Fratelli d'Italia, della società che gestiva il locale. Le sue quote sono state poi rilevate nel 2025 da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia: un ristoratore condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni e riciclaggio con l'aggravante mafiosa, ritenuto dagli inquirenti un prestanome del clan di camorra guidato da Michele Senese, detto O' Pazzo. Miriam Caroccia è a sua volta indagata per gli stessi reati, con la stessa aggravante. La Procura vuole capire se dietro a quel locale ci sia mai stata, concretamente, l'ombra del clan Senese.

In questo contesto, i magistrati avevano chiesto di poter acquisire le comunicazioni intercorse tra Delmastro e Caroccia, definendole «indispensabili» per proseguire le indagini. La richiesta di autorizzazione formale alla Camera era necessaria perché quelle chat coinvolgono un parlamentare e ricadono quindi sotto la tutela dell'articolo 68 della Costituzione, che prevede appunto il filtro della Giunta. La Procura ha precisato esplicitamente che Delmastro non è indagato nell'inchiesta: l'obiettivo era raccogliere elementi su terzi, non su di lui.

La Giunta ha detto no. Il relatore Pietro Pittalis, deputato di Forza Italia, ha motivato il diniego con «criticità relative alla genericità dell'oggetto, all'assenza di delimitazione temporale e alla mancata dimostrazione dell'impraticabilità di mezzi meno invasivi» nella richiesta della Procura. Il centrodestra ha votato compatto a favore di questa posizione. L'opposizione ha letto il voto in chiave radicalmente diversa: per il leader del M5S Giuseppe Conte, la maggioranza ha «messo lo scudo» per proteggere Delmastro, «perdendo ancora una volta la faccia». Il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini ha parlato di un utilizzo delle prerogative parlamentari come strumento di tutela per i propri esponenti. Sulla stessa linea il deputato del Partito Democratico Matteo Orfini, che ha accusato la maggioranza di trasformare le immunità parlamentari in un mezzo per ostacolare le indagini.

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La tensione in Aula ha avuto momenti fisicamente concitati: il senatore di Fratelli d'Italia Roberto Menia ha strappato un cartello dalle mani di Pirondini, e il senatore questore Gaetano Nastri (FdI), intervenuto per riportare l'ordine, è stato colpito a un ginocchio senza riportare conseguenze. Castellone ha infine sospeso la seduta.

Il caso Delmastro non nasce ieri. Le rivelazioni su queste frequentazioni erano emerse a marzo 2026, portando rapidamente alle dimissioni dell'ex sottosegretario, avvenute il 26 marzo. A maggio 2026 Delmastro è stato condannato in appello anche per rivelazione di segreto d'ufficio, in relazione alla divulgazione di intercettazioni del militante anarchico Alfredo Cospito — vicenda distinta, ma che aveva già messo il parlamentare al centro della cronaca politica e giudiziaria.

La partita, però, non è ancora chiusa. La decisione della Giunta non è definitiva: la questione approderà all'Aula della Camera, a Montecitorio, per il voto finale giovedì 30 luglio 2026. Sarà il plenum dei deputati, e non più il solo organismo tecnico, a stabilire se la Procura potrà o meno accedere a quelle conversazioni. Il dibattito politico — e probabilmente il caos — non si placa.

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