Chat Delmastro-Caroccia, la maggioranza dice no alla procura: il 30 luglio decide l'aula
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati ha detto no, il 22 luglio 2026, alla richiesta della Procura di Roma di acquisire le chat tra il deputato di Fratelli d'Italia Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Un voto che non chiude la partita — il verdetto definitivo spetterà all'Aula di Montecitorio il prossimo 30 luglio — ma che ha già scatenato una bufera politica, con momenti di tensione anche in Senato.
Al centro del caso ci sono le comunicazioni contenute nel telefono di Caroccia, già sequestrato dagli investigatori. Caroccia sta scontando una condanna definitiva a quattro anni per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa ed è considerato dagli inquirenti un prestanome del clan Senese. L'indagine della Procura di Roma riguarda intestazione fittizia di beni e riciclaggio, sempre con l'aggravante mafiosa: gli inquirenti ipotizzano che i Caroccia abbiano usato il ristorante «Bisteccheria d'Italia» e la società «Le 5 Forchette Srl» per riciclare denaro per conto del clan. Delmastro era stato socio di quella stessa società, insieme ad altri esponenti di Fratelli d'Italia; in seguito, Miriam Caroccia, figlia di Mauro, ne aveva rilevato le quote come amministratore unico. I magistrati hanno definito le comunicazioni tra i due «essenziali» per proseguire le indagini, precisando però che Delmastro non è indagato in questo specifico procedimento.
La maggioranza ha votato contro accogliendo la proposta del relatore Pietro Pittalis di Forza Italia. Le motivazioni ufficiali poggiano su due argomenti: una presunta genericità della richiesta della Procura e la tutela costituzionale della corrispondenza dei parlamentari, garantita dall'articolo 68 della Costituzione. Le opposizioni non ci stanno. Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle accusano la maggioranza di trasformare le prerogative parlamentari in uno scudo protettivo per i propri esponenti, in un'inchiesta che chiama in causa contesti mafiosi. Il deputato PD Matteo Orfini ha usato esattamente questo lessico, mentre il presidente M5s Giuseppe Conte ha dichiarato: «È incredibile. Hanno messo lo scudo», aggiungendo che la maggioranza ha «perso la faccia». Conte ha sottolineato anche l'incoerenza di chi commemora Paolo Borsellino e poi nega ai magistrati uno strumento di indagine in un caso con aggravante mafiosa.
La protesta del Movimento 5 Stelle ha preso una piega plateale nelle stesse ore: i senatori pentastellati hanno occupato i banchi del governo a Palazzo Madama, esibendo cartelli con la scritta «Fuori le chat». La seduta del Senato è stata sospesa. La situazione è degenerata quando il senatore di Fratelli d'Italia Roberto Menia ha strappato un cartello dalle mani del capogruppo M5s Luca Pirondini, dando vita a una discussione accesa; nel parapiglia il senatore questore Gaetano Nastri sarebbe stato colpito a un ginocchio.
Il caso era emerso a marzo 2026, dopo rivelazioni del Fatto Quotidiano che avevano portato alle dimissioni di Delmastro dall'incarico di sottosegretario alla Giustizia. Non è la prima volta che il deputato di FdI si trova al centro di una vicenda giudiziaria: in precedenza era stato condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d'ufficio nella vicenda dell'anarchico Alfredo Cospito. In audizione alla Commissione parlamentare antimafia, Delmastro aveva dichiarato di non essere a conoscenza dei presunti legami di Caroccia con il clan Senese e di aver commesso una «leggerezza» nell'entrare in società con la figlia dell'uomo, in quanto incensurata. Aveva anche precisato di aver versato 25.000 euro come quota societaria e altri 1.500 euro in un momento successivo.
L'avvocato di Mauro Caroccia, Fabrizio Gallo, ha offerto una lettura opposta a quella accusatoria: le chat conterrebbero frasi «inopportune» per il ruolo politico di Delmastro, ma nulla che abbia a che fare con la criminalità organizzata. Anzi, secondo la difesa, potrebbero persino smontare le accuse di riciclaggio contro il suo assistito. Una posizione che non ha convinto le opposizioni, ma che i sostenitori della maggioranza citano come argomento aggiuntivo a favore del diniego.
Ora la palla passa all'Aula. Il 30 luglio Montecitorio dovrà esprimersi con un voto definitivo: sarà quello il momento in cui si deciderà se i magistrati romani potranno o meno leggere quelle chat.