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La Camera blocca le chat di Delmastro: 206 voti contro la Procura di Roma
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La Camera blocca le chat di Delmastro: 206 voti contro la Procura di Roma

Il 5 agosto l'Aula ha votato a scrutinio segreto per negare alla Procura di Roma le comunicazioni dell'ex sottosegretario con un condannato per reati mafiosi.

La Redazione ·6 agosto 2026 9:06 ·3 min di lettura

Scenografico nelle forme, prevedibile nella sostanza. Il voto dell'Aula della Camera del 5 agosto 2026 sul caso Delmastro si è concluso esattamente come la composizione numerica del Parlamento lasciava immaginare: 206 voti favorevoli al diniego e 133 contrari. La maggioranza ha così negato alla Procura di Roma l'autorizzazione ad acquisire e utilizzare formalmente le chat tra Andrea Delmastro Delle Vedove, deputato di Fratelli d'Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e Mauro Caroccia, ristoratore romano condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione per intestazione fittizia di beni con l'aggravante mafiosa e indicato come prestanome del clan Senese — una delle famiglie più potenti della cosiddetta mafia romana.

La richiesta di scrutinio segreto era stata avanzata dalle opposizioni — Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle — proprio nella speranza di scompaginare le fila della maggioranza e aprire qualche crepa nei voti individuali. Non è andata così. Il margine resta ampio, e il risultato ricalca quasi esattamente quello già espresso dalla Giunta per le Autorizzazioni il 22 luglio scorso, che aveva respinto in via preliminare la stessa richiesta. Il voto in Aula era originariamente fissato per il 30 luglio, ma era slittato dopo che il Procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, aveva trasmesso alla Camera nuovo materiale e una memoria aggiornata a sostegno della richiesta, reiterando che le chat sarebbero indispensabili per l'indagine in corso.

Al centro dell'inchiesta c'è il ristorante La Bisteccheria d'Italia, a Roma. Delmastro ne era stato socio; la proprietà figurava formalmente a nome di Miriam Caroccia, figlia diciannovenne di Mauro Caroccia. La Procura ipotizza reati di riciclaggio e intestazione fittizia di beni, con l'ipotesi che denaro proveniente dalle attività illecite del clan Senese sia stato reimpiegato nella società che gestiva il locale. Delmastro non risulta indagato in questa specifica vicenda. Anzi, aveva dichiarato pubblicamente di non avere nulla da nascondere e di aver inviato spontaneamente le proprie chat agli inquirenti. Ciononostante, l'acquisizione formale degli atti da parte della Procura richiedeva l'autorizzazione parlamentare: a tutelarlo è l'articolo 68 della Costituzione, che protegge le comunicazioni dei membri del Parlamento da intercettazioni e acquisizioni senza il consenso della Camera di appartenenza.

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La maggioranza ha fatto leva esattamente su questo punto, presentando il voto come un atto di doverosa tutela delle garanzie costituzionali riconosciute ai parlamentari, a prescindere dalle vicende personali del diretto interessato. Le opposizioni, però, non ci stanno. Dopo il voto l'Aula è diventata il palcoscenico di una protesta vivace: i deputati del Movimento 5 Stelle hanno sventolato i propri telefoni cellulari richiamando la campagna #fuorilechat, mentre i colleghi di Alleanza Verdi e Sinistra si sono bendati gli occhi in segno di denuncia. Elly Schlein, segretaria del Pd, e Giuseppe Conte, leader del M5S, hanno accusato la maggioranza di aver costruito uno scudo per proteggere un «amichetto di partito» e di ostacolare il regolare corso della giustizia.

Il caso si inserisce in una traiettoria personale già segnata per Delmastro. L'ex sottosegretario si era dimesso dall'incarico di governo il 26 marzo 2026, proprio a seguito delle polemiche esplose attorno ai suoi rapporti d'affari con la famiglia Caroccia. In precedenza, nel febbraio 2025, era stato condannato in primo grado a otto mesi di reclusione con pena sospesa per rivelazione di segreto d'ufficio — vicenda distinta, legata alla divulgazione di intercettazioni che riguardavano Alfredo Cospito — con interdizione di un anno dai pubblici uffici, anch'essa sospesa.

Il voto di ieri non chiude l'indagine della Procura, che può proseguire su altri elementi. Chiude, però, una porta: quella delle comunicazioni parlamentari, che rimarranno inaccessibili agli inquirenti. Per i cittadini, la domanda che resta sullo sfondo è la stessa che divide le due metà del Parlamento — dove finisce la garanzia costituzionale e dove comincia il privilegio.

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