Dall'Albania all'Uganda: l'Italia porta in Europa il suo modello di hub migratori
Dopo la crisi di Ceuta, Roma rilancia i centri di trattenimento fuori dai confini UE. Martedì il ministro Piantedosi al tavolo dei ministri degli Interni europei.
La crisi di Ceuta ha riaperto in Europa un dibattito che in Italia non si è mai davvero chiuso. Tra il 30 e il 31 luglio scorsi, circa 70.000 persone hanno attraversato il confine dall'enclave spagnola partendo dal Marocco, sopraffacendo le strutture di accoglienza locali e provocando — secondo i dati disponibili al 2 agosto — almeno 72 morti tra annegamenti e schiacciamenti nella calca. Madrid ha schierato l'esercito e chiesto la dichiarazione di emergenza nazionale. Il governo Meloni ha risposto sospendendo gli accordi Schengen con la Spagna per un mese, una mossa che ha suscitato la protesta del ministro degli Esteri spagnolo Jose Manuel Albares. È in questo contesto che martedì 4 agosto si riunisce un consiglio straordinario dei ministri degli Interni dell'Unione Europea, e l'Italia si presenta con una proposta precisa sul tavolo.
Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi porterà a Bruxelles l'idea di replicare su scala europea il cosiddetto modello Albania: centri di elaborazione delle domande di asilo e di rimpatrio collocati fuori dal territorio UE, finanziati dai fondi comunitari. Un elenco preliminare di paesi ospitanti potenziali — elaborato dalla parte italiana — include Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Etiopia, Uzbekistan, Armenia, Ruanda e Montenegro. Tra questi, l'Uganda è considerata una delle opzioni più percorribili, con Germania, Austria e Paesi Bassi che avrebbero già manifestato interesse. Il Montenegro, già incluso nell'elenco italiano dei "paesi di origine sicuri" con decreto del Ministero degli Affari Esteri del 23 ottobre 2024, è anch'esso nella lista. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha insistito sulla necessità di una strategia migratoria unificata a livello europeo e sulla piena attuazione del Patto UE sulla Migrazione e l'Asilo, approvato e applicabile da giugno 2026, con particolare riguardo ai rimpatri. L'Italia vuole anche chiedere l'applicazione rigorosa del programma GSP+, il sistema di preferenze tariffarie dell'UE che lega i vantaggi commerciali per i paesi in via di sviluppo alla loro cooperazione nei riammettimenti.
Il modello che Roma vuole esportare nasce dal Protocollo d'intesa firmato con l'Albania il 6 novembre 2023. Due centri sono stati aperti il 14 ottobre 2024: uno a Shengjin, per la registrazione e l'identificazione, e uno a Gjader, articolato in sezioni per richiedenti asilo, persone in attesa di rimpatrio e soggetti a procedimenti penali. La capacità iniziale prevista era fino a 3.000 posti; il costo stimato per l'Italia è di 650 milioni di euro in cinque anni, con la possibilità di superare il miliardo. L'accordo si applica però solo ai migranti intercettati da navi italiane nel Mediterraneo, non a chi è già arrivato sul suolo italiano o è stato soccorso da navi ONG.
Il percorso, tuttavia, non è stato privo di ostacoli. Giudici italiani hanno ripetutamente bloccato i trasferimenti verso l'Albania, ordinando il rientro dei migranti in Italia. Nell'agosto 2025, una sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha dichiarato le norme italiane sulla designazione dei "paesi di origine sicuri" incompatibili con il diritto dell'UE, rallentando ulteriormente l'operatività dei centri. Il nuovo Patto UE sulla migrazione, entrato in vigore a giugno 2026, modifica la nozione di paese sicuro in senso potenzialmente più favorevole alla posizione italiana, ma il quadro resta in evoluzione. La Commissione Europea ha comunque espresso un parere favorevole all'impostazione di Roma, un elemento che il governo cita a sostegno della propria proposta in sede europea.
A fare da contrappunto istituzionale alle spinte securitarie è arrivata, domenica 2 agosto, la voce di Papa Leone XIV. Dopo la recita dell'Angelus, il Pontefice ha definito "allarmante" la situazione a Ceuta e ha invocato — "per intercessione di Nostra Signora d'Africa" — che "si possano trovare soluzioni di pace, stabilità e giustizia". Una formula sobria ma netta, che richiama la centralità delle persone in mezzo a un dibattito dominato dalle cifre e dalle procedure. In febbraio 2026, il Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale aveva già chiesto l'espansione delle vie legali di migrazione, respingendo quella che definiva una "narrativa negativa" sul ruolo della Chiesa. A maggio, Caritas Internationalis aveva esortato gli Stati a mettere "l'inalienabile dignità della persona umana al centro di ogni legislazione", in contrapposizione alle politiche di contenimento securitario.
Il confronto in seno all'UE si annuncia difficile. Da un lato, la crisi di Ceuta — che porta i segni di una strumentalizzazione politica da parte di Rabat, in modo del tutto simile a quanto accadde nel 2021 sulla questione del Sahara Occidentale — ha accelerato la ricerca di risposte comuni. Dall'altro, la storia del modello Albania dimostra quanto sia complicato tradurre in pratica accordi che devono fare i conti con il diritto europeo, le giurisdizioni nazionali e le condizioni reali nei paesi terzi. Quello che l'Italia porta a Bruxelles è un progetto politicamente rilevante, ancora in cerca di una solidità operativa che finora non ha trovato.