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Auto sulla folla a Modena, esplode lo scontro politico su sicurezza e cittadinanza

Auto sulla folla a Modena, esplode lo scontro politico su sicurezza e cittadinanza

La Redazione ·18 maggio 2026 5:04

La tragedia di Modena ha lasciato dietro di sé non solo feriti e sgomento, ma anche una frattura politica immediata, quasi istantanea. Nel momento in cui la città cercava di fare i conti con l’accaduto, il dibattito pubblico si è spostato con rapidità sulle origini dell’uomo accusato, Salim el Koudri, italiano di seconda generazione. Ed è lì che la cronaca si è trasformata in campo di battaglia: da una parte la linea dura invocata da Matteo Salvini, dall’altra i richiami alla cautela, al rigore delle indagini e al rispetto per le vittime.

Il leader della Lega ha rilanciato il suo messaggio più severo, insistendo su un principio che considera non negoziabile: chi tradisce la fiducia del Paese con un reato grave, secondo lui, deve perdere permesso di soggiorno, cittadinanza ed essere espulso senza esitazioni. Parole nette, pronunciate per ribadire una visione in cui sicurezza e deterrenza coincidono. In questa chiave, Salvini ha presentato la sua posizione come una forma di legittima difesa dello Stato, insistendo sull’idea che un Paese serio non possa concedere protezione indefinita a chi si macchia di crimini gravissimi.

Ma proprio qui si è aperta la prima crepa nella narrazione politica. Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia, ha preso le distanze con altrettanta chiarezza, ricordando un elemento essenziale: l’uomo al centro dell’episodio è cittadino italiano. Non si tratta, dunque, di un caso che riguardi un permesso di soggiorno da revocare, né di una procedura di espulsione amministrativa nei confronti di uno straniero regolare. È un passaggio che sposta il fuoco del discorso e rende più complesso l’uso immediato della vicenda come simbolo di una battaglia generale sull’immigrazione.

Anche dal Viminale è arrivato un invito a non correre oltre i fatti. Nel vertice in Prefettura, Matteo Piantedosi ha ribadito che, per quanto emerso finora, l’autore dell’episodio sarebbe affetto da gravi disturbi schizoidi di personalità e che non ci sarebbero elementi per collegare l’accaduto a terrorismo islamico o radicalizzazione. È un dettaglio decisivo, perché riporta la discussione sul terreno delle verifiche, delle responsabilità individuali e del lavoro investigativo, invece di consegnarla subito alla retorica politica.

Dentro la stessa maggioranza, la voce di Maurizio Lupi ha segnato un ulteriore invito alla prudenza. Il leader di Noi Moderati ha chiesto di attendere gli sviluppi dell’inchiesta, rafforzando nel frattempo vigilanza e misure di sicurezza, ma senza cedere alla paura né alle reazioni istintive. È la linea di chi teme che l’urgenza di dire qualcosa, subito, finisca per schiacciare la complessità dei fatti. E soprattutto per alimentare una polarizzazione che, nelle ore successive a una tragedia, tende sempre ad alzare il volume più della ragione.

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Sul fronte istituzionale, intanto, la scena è stata dominata dalla vicinanza concreta ai feriti e agli operatori coinvolti. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno fatto visita agli ospedali, mentre Elly Schlein e Stefano Bonaccini hanno portato la solidarietà del Partito Democratico alla comunità modenese. Sono immagini che appartengono a un altro registro, più sobrio e umano, e che per un attimo hanno ricordato quale dovrebbe essere il centro della vicenda: le persone colpite, non la convenienza di chi commenta.

Eppure la discussione politica non si è fermata, anzi. Le opposizioni hanno reagito con durezza alle parole di Salvini, accusandolo apertamente di usare il dolore come materiale di propaganda. Filippo Zaratti, per Alleanza Verdi e Sinistra, lo ha invitato a non dire stupidaggini; Angelo Bonelli ha parlato di un tentativo di trasformare una tragedia in una campagna elettorale, definendo quella di Salvini una forma di sciacallaggio. È un’accusa pesante, che fotografa bene il clima di queste ore: ogni frase viene letta come un’arma, ogni accenno alla sicurezza come un possibile abuso retorico.

Anche Carlo Calenda ha scelto toni duri, parlando di persone pronte a sfruttare la rabbia collettiva per fini elettorali. Il suo messaggio è stato netto: solidarietà ai feriti, gratitudine a chi è intervenuto, ma nessuna indulgenza verso chi si muove, a suo giudizio, sulla scia dell’emozione per costruire consenso. In questo scenario, la parola sciacallaggio torna a ripetersi come un’accusa trasversale, quasi il segno distintivo di una stagione politica che fatica a separare il lutto dalla propaganda.

A spingere ancora oltre il livello dello scontro è intervenuto anche Roberto Vannacci, che ha rilanciato il parallelismo con gli attentati di matrice islamica e ha contestato ciò che definisce una doppia misura nell’interpretazione dei fatti. Il suo ragionamento insiste su un punto: quando le vittime appartengono a certi gruppi sociali o identitari, le chiavi di lettura culturali e ideologiche vengono subito mobilitate; quando invece l’autore del gesto è un uomo di origine magrebina o legato a contesti islamici, quelle stesse chiavi scomparirebbero, sostituite da spiegazioni psicologiche più comode. È una tesi che punta il dito contro quella che Vannacci considera un’asimmetria ideologica, e che riporta il dibattito dentro un terreno ancora più acceso.

Resta però il fatto che, almeno in questa fase, la cronaca non autorizza semplificazioni. La città di Modena ha bisogno di tempo, i feriti di cure, le famiglie di risposte, le indagini di lavorare. Il resto è politica, e la politica, quando si avvicina troppo al sangue, corre sempre il rischio di perdere misura. In queste ore, il confine tra fermezza e sfruttamento del trauma appare sottile, e proprio per questo ogni parola pesa più del solito.

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