Addio a Massimiliano Cencelli, l'uomo che trasformò la politica italiana in un'algebra di potere
È morto a Roma l'8 agosto 2026, a 90 anni. Il suo nome è diventato sinonimo di spartizione del potere in proporzione alle correnti.
C'è chi entra nella storia per ciò che ha fatto, e chi invece per ciò che porta il suo nome. Massimiliano Cencelli apparteneva a questa seconda categoria: funzionario democristiano, sindaco per un anno di un piccolo comune marchigiano, mai eletto al Parlamento, eppure protagonista involontario di uno dei lemmi più duraturi del vocabolario politico italiano. È morto a Roma l'8 agosto 2026, all'età di 90 anni. Era nato nella stessa città il 23 marzo 1936.
La sua vicenda pubblica si intreccia con quella della Prima Repubblica in modo quasi emblematico. Si iscrisse alla Democrazia Cristiana nel 1954, a diciotto anni, e da quel momento in poi la sua vita coincise con gli ingranaggi interni del partito. Divenne funzionario e poi segretario di Adolfo Sarti, ministro in più legislature, collaborando anche con Nicola Mancino. Non erano incarichi da prima pagina, ma erano i ruoli di chi conosce le macchine del potere meglio di chiunque altro: chi conta i voti, chi pesa le correnti, chi sa quante sedie spettano a ciascuno.
Fu proprio in quel contesto che nacque ciò che il mondo avrebbe chiamato il Manuale Cencelli. Siamo al congresso democristiano di Milano del 1967. La corrente dei pontieri, fondata da Sarti insieme a Cossiga e Taviani, aveva ottenuto il 12% dei consensi. Cencelli propose un criterio apparentemente semplice: assegnare gli incarichi di partito e di governo in proporzione al peso congressuale di ciascuna corrente, come si distribuiscono le poltrone in un consiglio di amministrazione in base alle azioni possedute. L'analogia con il mondo societario era volutamente pragmatica, quasi asettica. Non ideologia, ma aritmetica.
Il metodo non era un documento ufficiale né un testo codificato: erano appunti, modelli di calcolo, una griglia mentale che agiva di fatto. Eppure funzionava — o almeno veniva percepito come funzionante — abbastanza da diventare un riferimento. Fu Sarti stesso, rispondendo scherzosamente ai giornalisti che chiedevano anticipazioni sulle nomine durante le crisi di governo, a consacrarlo: «Chiedetelo a Cencelli». Da quel momento il nome passò di bocca in bocca, e poi sulle pagine dei giornali, e poi nella lingua comune.
Il sistema non si limitava a contare le percentuali. Classificava i ministeri in fasce di importanza: Interni, Esteri, Tesoro erano di fascia A, e il loro peso specifico incideva sul calcolo complessivo. Anche i decimali avevano un senso: potevano tradursi in sottosegretariati o incarichi minori, nulla andava sprecato. Una delle regole non scritte prevedeva persino che al Presidente del Consiglio uscente spettasse il ruolo di ministro degli Esteri. Nel 1981, il giornalista Renato Venditti pubblicò un libro con quel titolo, Il manuale Cencelli, ristampato poi nel 2016 e ancora nel 2021: segno che l'interesse non si era mai davvero sopito.
Nella prefazione alla ristampa del 2016, Cencelli difese il suo sistema definendolo «democratico», perché fondato sulla forza reale delle correnti misurata nei congressi. Ammise però che i continui mutamenti interni rendevano il conteggio un eterno work in progress: le correnti nascevano, si spaccavano, si fondevano, e la griglia doveva aggiornarsi di continuo. Era, in fondo, lo specchio fedele di una politica che cambiava pelle mantenendo intatti i meccanismi.
L'espressione sopravvisse alla Prima Repubblica, alla Tangentopoli che la travolse, ai decenni successivi. Ancora oggi, ogni volta che si forma un governo o si distribuiscono incarichi pubblici e si sente parlare di equilibri tra partiti e correnti, il nome Cencelli riemerge — spesso in tono ironico o apertamente critico, come sinonimo di logica di spartizione contrapposta al merito. È diventato uno di quegli strumenti linguistici che condensano un intero sistema in due parole.
Nella sua biografia c'è anche una pagina meno nota, più intima. Secondo quanto riportato da Renato Venditti nel volume del 1981, i genitori di Cencelli, Armando e Luisa, avrebbero nascosto un bambino ebreo durante l'occupazione nazista di Roma, un atto di coraggio civile che il libro attribuisce loro come riconoscimento. Il dato, pur presente in quella fonte, non risulta al momento verificabile attraverso i registri ufficiali disponibili, e va quindi accolto con la cautela che merita ogni notizia non ancora confermata da fonti istituzionali. Resta comunque, se confermato, una pagina che dice qualcosa di quella famiglia, e forse anche dell'uomo che ne era figlio.
Il nome di Massimiliano Cencelli figura anche negli elenchi degli iscritti alla loggia massonica P2, uno dei capitoli più bui della storia repubblicana. Un dettaglio che complica il ritratto, come spesso accade quando si guarda da vicino chi ha vissuto nel cuore del potere italiano del Novecento.
Cencelli fu anche sindaco di Caldarola, in provincia di Macerata, tra il 1970 e il 1971, e nel 2001 si candidò nella lista de La Margherita per il Consiglio comunale di Roma senza essere eletto. Piccole parentesi elettorali, quasi in controtendenza rispetto a un uomo che il potere lo aveva frequentato per lo più nell'ombra, a mettere in fila numeri che altri avrebbero poi speso.