L’Europa continua a parlare di rilancio, ma il lessico della ripartenza sembra ormai scollegato dalla realtà che le imprese vivono ogni giorno. Il nuovo pacchetto annunciato da Ursula von der Leyen nasce con l’ambizione di restituire slancio all’Unione in una fase segnata da guerre, tensioni commerciali e competizione tecnologica globale. Eppure, dietro la formula “One Market, One Europe”, si intravede più la volontà di rilanciare un messaggio politico che la capacità di incidere davvero sulle cause profonde della perdita di competitività del continente.
L’idea è quella di rafforzare i settori strategici, dai semiconduttori alle batterie, dall’intelligenza artificiale al quantum computing, fino alle materie prime critiche. Sulla carta, l’impianto è coerente. Nella sostanza, però, resta una domanda decisiva: come può l’Europa costruire una base industriale solida se continua a trattare la produzione come un capitolo accessorio rispetto alla narrazione della transizione? Il richiamo al “Made in Europe” suona infatti debole, quasi artificiale, soprattutto se confrontato con marchi nazionali che restano fortissimi sui mercati internazionali, come Made in Italy o Made in Germany. Il rischio è evidente: invece di valorizzare le identità industriali europee, si finisce per appiattirle in un’etichetta generica, poco riconoscibile e ancora meno competitiva.
Ma il problema più serio non è comunicativo. È strutturale. Nel disegno della Commissione manca una visione davvero concreta della filiera produttiva europea, di quel tessuto fatto di imprese, lavoro e know-how che garantisce occupazione e coesione sociale a milioni di persone. Il caso dell’automotive è emblematico. Un settore che impiega circa 13 milioni di lavoratori non può essere trattato come una semplice variabile di aggiustamento, eppure proprio lì si misura la distanza tra le ambizioni di Bruxelles e la realtà industriale del continente. La critica più netta sostiene che il Green Deal, pur nato con obiettivi condivisibili sul piano ambientale, abbia contribuito a indebolire ulteriormente un comparto già esposto a costi elevati, incertezza regolatoria e shock geopolitici che continuano a pesare sull’energia.
In questo quadro, parlare solo di startup e innovazione rischia di diventare un esercizio di modernità superficiale. Le nuove imprese contano, certo. Ma un’economia resta in piedi anche grazie a ciò che già produce, a ciò che funziona, a ciò che dà stabilità. Ed è proprio qui che la strategia europea sembra perdere equilibrio. Da un lato insiste sulla costruzione di un vero mercato dei capitali capace di attrarre investimenti privati verso difesa, tecnologie critiche e transizione energetica; dall’altro, però, continua a ignorare la fragilità del sistema produttivo che dovrebbe beneficiare di quegli investimenti. È una contraddizione che emerge con particolare chiarezza nel tema della transizione verde. Per molti osservatori, infatti, il declino industriale e occupazionale dell’Europa non è separabile dai costi imposti dalla svolta verso la mobilità elettrica e dalle politiche ambientali applicate senza sufficiente pragmatismo.
Anche il capitolo delle dipendenze esterne viene affrontato in modo incompleto. La competizione globale non si gioca in astratto: si gioca su energia, salari, logistica, accesso alle materie prime e capacità di proteggere le proprie catene di approvvigionamento. In questo confronto, molte economie rivali godono di condizioni nettamente più favorevoli. Costi energetici più bassi, lavoro meno oneroso, minori vincoli regolatori. Bruxelles, secondo numerose imprese, continua a sottovalutare questo squilibrio, come se il mercato unico potesse bastare da solo a compensare svantaggi che invece si accumulano e si sommano.
Nessuno mette in discussione la necessità di ridurre la burocrazia. La frammentazione normativa interna è ormai percepita come un “dazio invisibile” che rallenta investimenti, decisioni e produttività. Ma il vero peso sulle imprese europee, quello che erode davvero i margini e limita la capacità di competere, resta soprattutto il costo dell’energia. Ed è qui che la strategia europea mostra la sua contraddizione più evidente: nel momento in cui dovrebbe garantire approvvigionamenti accessibili e continuità industriale, continua a muoversi dentro schemi ideologici che non lasciano spazio a correzioni rapide.
Anche sul piano geopolitico l’approccio appare rigido. L’Unione viene descritta come un blocco poco incline al pragmatismo, incapace di introdurre deroghe o soluzioni temporanee di fronte a fasi eccezionali. Tra guerra tra Russia e Ucraina e crisi mediorientale, alcuni osservatori ritengono che non si possa escludere aprioristicamente ogni opzione utile a calmierare i costi e a garantire la continuità degli approvvigionamenti. Il quadro è reso ancora più significativo dal comportamento di diversi Paesi europei, che nel primo trimestre del 2026 hanno aumentato gli acquisti di gas russo, mentre il Regno Unito ha attenuato alcune restrizioni. Segnali diversi, certo. Ma tutti indicano la stessa cosa: nella realtà, i governi si muovono con maggiore flessibilità rispetto alle istituzioni di Bruxelles.
Ed è proprio qui che si consuma il divario più pericoloso. L’Europa elabora documenti, slogan e pacchetti normativi, ma fatica a costruire un piano energetico capace di offrire al sistema industriale una base competitiva duratura. Senza energia accessibile, ogni discorso sulla produttività resta incompleto. Senza una strategia meno dogmatica, ogni richiamo alla sovranità industriale rischia di suonare come una promessa sospesa. Così, il nuovo progetto europeo finisce per confermare, invece di correggere, le ragioni del declino economico e politico del continente.
Il risultato è un’Unione che rischia di restare prigioniera della propria ambizione amministrativa mentre il mondo accelera altrove. Le grandi potenze ridisegnano gli equilibri economici e geopolitici con una logica di forza, scala e rapidità. L’Europa, invece, sembra ancora convinta che basti ordinare meglio il mercato per renderlo più competitivo. Ma un mercato unico, da solo, non basta. Se manca l’energia, se mancano filiere robuste, se manca la capacità di adattarsi, allora anche la più elegante delle formule resta soltanto una formula. E il continente, piano piano, scivola ai margini.







