Kiev colpita ancora nella notte: missili balistici russi incendiano tre distretti della capitale
Poco dopo la mezzanotte del 26 luglio, le sirene d'allarme hanno spezzato il silenzio di Kiev. Le prime esplosioni sono state udite intorno alle 00:23 ora locale — le 23:23 in Italia — e nelle ore successive tre distretti della capitale ucraina hanno visto divampare incendi a seguito della caduta di detriti missilistici. Non era una sorpresa: il presidente Volodymyr Zelensky aveva avvertito già il 25 luglio del rischio di un massiccio attacco russo entro le successive quarantotto ore, citando informazioni dell'intelligence. La previsione si è rivelata fondata.
L'aeronautica militare ucraina ha confermato l'utilizzo di missili balistici da parte russa. Il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, ha reso noti i tre quartieri colpiti, mentre il Servizio statale di emergenza ha diffuso fotografie delle conseguenze dell'attacco. Nel distretto di Desniansk i danni più visibili: un magazzino è stato distrutto dalle fiamme insieme a dieci automobili e un camion parcheggiati nelle vicinanze. Un edificio residenziale ha subito danni strutturali. Tutti gli incendi sono stati domati, ha precisato Klitschko, senza fornire un bilancio immediato di vittime.
Da Mosca, il Ministero della Difesa russo ha rivendicato il 26 luglio un «attacco su vasta scala con armi di precisione», lanciate sia da terra sia dall'aria, contro «installazioni militari e industriali» a Kiev e nel porto di Chernomorsk, nella regione di Odessa. È la postura comunicativa costante delle forze armate russe, che affermano di prendere di mira esclusivamente obiettivi militari e infrastrutture energetiche. L'Ucraina contesta sistematicamente questa narrativa, accusando Mosca di colpire zone residenziali e di commettere crimini di guerra.
L'attacco si inserisce in un luglio 2026 che ha già segnato pagine pesanti per Kiev e le sue periferie. Il 2 luglio un'ondata combinata di droni e missili aveva causato almeno diciassette vittime e novanta feriti nella capitale. Il 6 luglio un raid aveva colpito almeno trentaquattro siti, uccidendo quattordici persone e ferendone sessanta. Il 16 luglio missili balistici avevano provocato due morti; tra il 18 e il 19 luglio la Russia aveva lanciato oltre quaranta missili balistici Iskander-M e ipersonici Zircon in quello che le autorità ucraine hanno definito uno dei raid più massicci dall'inizio del conflitto, con almeno un morto e diciassette feriti. Il 24 luglio, infine, un attacco nella regione di Kiev aveva ucciso sei persone e ferito decine.
Lo stesso 24 luglio aveva sollevato una disputa tutta simbolica: Mosca aveva rivendicato un colpo «di precisione» contro una mostra di armi nella periferia della capitale, mentre lo Stato Maggiore ucraino aveva smentito categoricamente qualsiasi carattere militare del sito, parlando di un complesso civile. Episodi come questo alimentano il dibattito internazionale sulla distinzione — sempre più difficile da verificare dall'esterno — tra obiettivi legittimi e bersagli civili.
Sullo sfondo resta la questione della difesa aerea, che Zelensky solleva con insistenza nelle sedi internazionali. Il presidente ucraino ha più volte chiesto agli Stati Uniti e all'Europa forniture aggiuntive di intercettori e licenze per la produzione autonoma di sistemi come il Patriot, sostenendo che senza una copertura antiaerea più densa la capitale rimarrà esposta a raid di questo tipo. La capacità ucraina di abbattere parte dei missili in arrivo — testimoniata proprio dalla presenza di detriti piuttosto che di testate integre nelle aree colpite — è già il risultato di quei sistemi, ma evidentemente non sufficiente a neutralizzare ogni minaccia.
Kiev continua a vivere una doppia vita: di giorno una città che prova a funzionare, di notte una capitale che tiene il fiato sospeso tra un allarme e il successivo. L'attacco del 26 luglio non ha fermato la città, ma ha aggiunto un nuovo capitolo a un mese che ha già mostrato quanto la guerra, a oltre due anni dal suo inizio, sia ben lontana da qualsiasi stabilizzazione.