Ucraina, l'ex ministro Fedorov sfida Zelensky: «Elezioni subito, anche in guerra»
Un videomessaggio di nove minuti scuote la politica ucraina: l'ex ministro della Difesa chiede voto presidenziale immediato nonostante la legge marziale.
Nove minuti, niente droni né missili. Eppure il videomessaggio pubblicato martedì 18 agosto da Mykhailo Fedorov ha squassato la politica ucraina con la forza di un bombardamento. L'ex ministro della Difesa, licenziato da Volodymyr Zelensky poco più di un mese fa, ha rivolto al presidente una sfida diretta e pubblica: indire elezioni presidenziali, subito, nonostante la guerra in corso. «La democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia», ha dichiarato Fedorov nel video, aggiungendo che l'Ucraina deve «ripristinare un processo democratico completo anche nel mezzo di una guerra prolungata», trovando un «meccanismo legale, sicuro e realistico» per farlo.
L'uscita di scena di Fedorov dall'esecutivo, avvenuta a metà luglio 2026, non era passata inosservata. Il suo allontanamento — riconducibile, secondo quanto emerso, a un conflitto insanabile con il comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrskyi, oltre che a un più ampio rimpasto di governo — aveva già innescato ondate di protesta a Kiev, tra le più significative dall'inizio dell'invasione russa nel febbraio 2022. Fedorov era stato nominato ministro della Difesa nel gennaio 2026, dopo una lunga carriera nell'innovazione pubblica: prima vice primo ministro e ministro della Trasformazione Digitale dal 2019, poi primo vice primo ministro dallo scorso luglio fino all'incarico alla Difesa. Era ampiamente riconosciuto come l'architetto del programma di droni ucraino e delle riforme di digitalizzazione dell'apparato militare.
La questione che solleva è tutt'altro che semplice. La Costituzione ucraina e la legge marziale, in vigore dal febbraio 2022, vietano esplicitamente lo svolgimento di elezioni durante lo stato di guerra. Il mandato quinquennale di Zelensky è scaduto nel maggio 2024, ma la stessa Costituzione prevede la sua proroga fino alla cessazione della legge marziale. Zelensky e i principali alleati occidentali hanno a lungo sostenuto che organizzare un voto — presidenziale o parlamentare — è semplicemente impossibile con milioni di sfollati, centinaia di migliaia di soldati al fronte, ampie porzioni di territorio sotto occupazione russa e la necessità di garantire sicurezza e diritto di voto anche ai cittadini all'estero. Nel dicembre 2025, lo stesso Zelensky aveva dichiarato di essere aperto all'ipotesi, ma a condizione di ottenere garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti, modifiche alla Costituzione e alla legislazione di guerra: in sostanza, che la guerra finisse, o fosse almeno congelata.
Eppure la mossa di Fedorov rimescola le carte. Sondaggi condotti dopo il suo licenziamento indicano un aumento significativo della sua fiducia pubblica: alcune rilevazioni suggeriscono addirittura che potrebbe battere Zelensky in un eventuale ballottaggio. Un dato che, in un paese in guerra e con la politica compressa dall'emergenza, ha un peso specifico non trascurabile. Lo stesso Fedorov non ha lasciato margini di ambiguità sul suo futuro: ha dichiarato che rientrerebbe nel governo esclusivamente come ministro della Difesa, incarico da cui è appena uscito.
Sullo sfondo c'è anche la dimensione geopolitica della questione. La Russia ha ripetutamente cercato di mettere in dubbio la legittimità di Zelensky, facendo leva proprio sulla mancata celebrazione delle elezioni. In questo senso, la richiesta di Fedorov — per quanto formulata in nome della democrazia — rischia di alimentare una narrativa che Mosca ha tutto l'interesse a promuovere. I sostenitori di Zelensky non mancheranno di sottolinearlo. I critici, al contrario, risponderanno che rinunciare ai processi democratici anche solo pro forma significa concedere alla guerra un potere che va oltre il campo di battaglia.
La dialettica tra necessità di sicurezza e legittimità democratica non è nuova nella storia dei paesi in conflitto, ma raramente emerge con questa nitidezza dall'interno di un esecutivo in carica — o appena uscitone. Che Fedorov stia aprendo una campagna elettorale anticipata o semplicemente alzando la voce su un tema rimasto troppo a lungo sotto traccia, il suo videomessaggio ha già cambiato i termini del dibattito a Kiev. Zelensky, per ora, non ha risposto.