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Trump impone dazi fino al 12,5% su oltre 60 paesi: oggi è scattato il nuovo regime tariffario
Foto: Markus Winkler / Pexels

Trump impone dazi fino al 12,5% su oltre 60 paesi: oggi è scattato il nuovo regime tariffario

La Redazione ·24 luglio 2026 7:18

Da oggi, 24 luglio 2026, gli Stati Uniti applicano un nuovo pacchetto di dazi commerciali che colpisce oltre sessanta partner in tutto il mondo, con aliquote comprese tra il 10% e il 12,5%. Le nuove tariffe sostituiscono un precedente regime temporaneo al 10% che è scaduto proprio oggi, segnando un passaggio da una misura emergenziale a un quadro che l'amministrazione Trump intende rendere strutturale.

Tra i destinatari figurano alcune delle principali economie del pianeta: Unione Europea, Cina, India, Giappone, Canada, Messico, Regno Unito, Australia, Brasile, Corea del Sud e Taiwan, oltre a paesi del Sud-est asiatico come Vietnam, Indonesia, Cambogia, Thailandia e Malaysia, e a nazioni europee non-UE come Norvegia e Serbia. La portata geografica è quasi senza precedenti per una singola misura tariffaria statunitense.

La base giuridica scelta dall'amministrazione è la Sezione 301 del Trade Act del 1974, che autorizza il presidente ad applicare tariffe in risposta a pratiche commerciali ritenute sleali, previa indagine. La scelta non è casuale: a febbraio 2026 la Corte Suprema aveva annullato gran parte dei dazi imposti in base all'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), e a maggio la Corte di Commercio Internazionale aveva dichiarato illegali le tariffe al 10% fondate sulla Sezione 122 dello stesso Trade Act del 1974. La Casa Bianca ha dunque cercato un appiglio normativo più solido.

Il motivo ufficiale dichiarato non è la difesa dell'industria nazionale, come spesso accade in simili provvedimenti, ma il contrasto al lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento globali. Un funzionario dell'amministrazione ha definito la misura «la più ampia azione internazionale mai intrapresa dagli Stati Uniti, e da qualsiasi Paese, in materia di diritti dei lavoratori». La differenziazione delle aliquote riflette questo criterio: il 10% si applica ai paesi che hanno assunto impegni formali per vietare le importazioni di beni prodotti con lavoro forzato, il 12,5% a chi non lo ha fatto. L'India, inizialmente prevista nella fascia più alta, è rientrata nel 10% dopo aver approvato una legislazione a tutela dei lavoratori prima dell'entrata in vigore delle tariffe.

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Sono previste alcune esenzioni: petrolio e gas, beni non prodotti negli Stati Uniti, prodotti già coperti da tariffe settoriali come acciaio e alluminio, e buona parte delle merci conformi all'accordo commerciale USMCA tra Stati Uniti, Messico e Canada.

Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Australia e Brasile hanno definito i dazi «ingiustificati» e hanno annunciato che lavoreranno per farli rimuovere. Il ministro degli Esteri norvegese ha dichiarato che non esistono basi per l'applicazione delle tariffe al suo paese. Il Giappone ha espresso «rammarico», ricordando che le proprie industrie operano nel pieno rispetto delle regole internazionali. Il primo ministro neozelandese Christopher Luxon ha parlato di misure «estremamente deludenti», aggiungendo che l'indagine americana non avrebbe prodotto prove significative a sostegno delle accuse di lavoro forzato.

Più sfumata la posizione dell'Unione Europea. Kaja Kallas, capo della politica estera dell'UE, ha contestato le motivazioni alla base dei dazi, definendo «infondate» le accuse secondo cui Bruxelles non disporrebbe di strumenti adeguati contro il lavoro forzato. Allo stesso tempo, un portavoce della Commissione Europea ha precisato che l'UE «prende atto» delle misure e «valuta positivamente il fatto che siano in linea con gli impegni tariffari concordati nell'ambito della dichiarazione congiunta UE-USA». Una posizione che riflette la tensione, tutta interna all'Europa, tra il voler protestare e il non voler compromettere un dialogo già fragile.

Il provvedimento odierno si inserisce in una sequenza ravvicinata di mosse commerciali dell'amministrazione Trump: il 20 luglio erano entrati in vigore dazi del 50% su alcuni beni canadesi — veicoli a motore, latticini e alcolici — e all'inizio di luglio erano state applicate tariffe del 25% su alcune importazioni dal Brasile. Per i consumatori e le imprese europee, e italiane in particolare, il segnale è chiaro: il costo delle esportazioni verso gli Stati Uniti sale, e con esso la pressione sui margini industriali e sui prezzi finali. Come e quanto questo si tradurrà in effetti concreti dipenderà in larga parte dalla risposta coordinata — o meno — che l'Unione Europea sarà in grado di costruire nelle prossime settimane.

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