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Mosca minaccia Londra, poi frena: cosa sta succedendo davvero al Cremlino
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Mosca minaccia Londra, poi frena: cosa sta succedendo davvero al Cremlino

In 48 ore la Russia ha evocato attacchi a basi britanniche e poi smentito. Sullo sfondo: la CIA a Mosca e il Vaticano da Lavrov.

La Redazione ·28 agosto 2026 12:07 ·4 min di lettura

In meno di quarantotto ore, il Cremlino ha minacciato di colpire basi militari britanniche fuori dai confini ucraini e poi si è affrettato a smentire qualsiasi intenzione di attaccare la NATO. Una sequenza che, letta insieme ai movimenti diplomatici di questi giorni — un direttore della CIA a Mosca, un arcivescovo vaticano da Lavrov — restituisce il quadro di una guerra che cerca, faticosamente, un canale di uscita senza trovarlo.

La scintilla delle minacce russe è arrivata il 27 e 28 agosto. Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri di Mosca, ha dichiarato che la Russia si riserva il diritto di colpire «qualsiasi obiettivo militare britannico in Ucraina e al di fuori di essa». La risposta verbale di Mosca segue un'escalation concreta: l'Ucraina ha utilizzato missili Storm Shadow e droni di fabbricazione britannica per attacchi su raffinerie e infrastrutture in territorio russo. A questo si aggiunge il recente annuncio del governo britannico di un pacchetto da 752 milioni di sterline, comprensivo di 150.000 droni da consegnare a Kiev entro la fine del 2026, e l'autorizzazione a diffondere informazioni riservate sui componenti dei missili SCALP — la versione francese dello Storm Shadow — per consentire linee di assemblaggio locali in Ucraina. Il 22 luglio, infine, i paesi dell'Unione europea avevano approvato la partecipazione britannica a un quadro di prestiti da 90 miliardi di euro destinato a coprire le esigenze di difesa di Kiev nel biennio 2026-2027.

Eppure, quasi in tempo reale, il portavoce presidenziale Dmitry Peskov ha derubricato le notizie su un'intenzione russa di attaccare la NATO come «allarmistiche» e «spauracchi». Una posizione corroborata dal presidente americano Donald Trump, che nei giorni 27 e 28 agosto ha dichiarato, dopo «buone discussioni» con Vladimir Putin, che il leader russo «non attaccherà un territorio della NATO». Fonti dell'UE a Bruxelles hanno confermato l'assenza di un «rischio immediato» di attacco a paesi europei alleati, pur avvertendo che «azioni ibride e non proprio ibride continueranno a verificarsi». Il doppio binario — minaccia e rassicurazione — sembra dunque parte di una strategia calcolata: alzare la pressione senza varcare la soglia che scatenerebbe una risposta diretta dell'Alleanza.

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Il movimento più opaco di questa settimana è però quello del direttore della CIA, John Ratcliffe, atterrato a Mosca il 25 agosto a bordo di un aereo militare statunitense C-17 Globemaster III. La missione, durata poche ore, è stata la prima visita nota di un capo dell'agenzia in Russia dal novembre 2021 — poche settimane prima dell'invasione su larga scala dell'Ucraina. Ratcliffe ha incontrato il capo dei servizi segreti esterni russi, Sergey Naryshkin; Putin è stato informato dei colloqui, secondo Peskov, ma non ha incontrato direttamente l'americano. La brevità del soggiorno suggerisce la consegna di un messaggio preciso più che un negoziato articolato. Il Wall Street Journal e Politico hanno ricostruito, citando fonti anonime, che lo scopo fosse avvertire Mosca di non attaccare i paesi baltici e altri membri NATO; Trump ha smentito questa lettura, definendo la visita un «normale impegno di lavoro». Durante i colloqui sarebbe stato affrontato anche il dossier Iran: Washington avrebbe chiesto a Mosca di interrompere il supporto economico e militare a Teheran, richiesta che sarebbe stata respinta. Sempre in quei giorni, Washington avrebbe chiesto a Kiev di sospendere temporaneamente gli attacchi su Mosca.

Parallelo e per certi versi speculare è il canale aperto dalla Santa Sede. L'arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, è rimasto a Mosca dal 25 al 28 agosto. Il 25 ha incontrato il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, esortando la Russia a porre fine alla guerra «il prima possibile» e ribadendo l'appello del Papa a «porre fine alle ostilità» e avviare «negoziati autentici». Sul tavolo anche questioni umanitarie, tra cui l'assistenza ai bambini coinvolti nel conflitto. Si trattava del primo incontro diretto di alto livello tra funzionari vaticani e russi in cinque anni. La visita di Gallagher segna un tentativo della Santa Sede di ricondurre il dossier ucraino nei binari della diplomazia tradizionale, affiancando le missioni umanitarie già avviate dal cardinale Matteo Zuppi.

Ciò che emerge da questa settimana densa è una geometria ancora instabile: la Russia alza la voce verso Londra ma tiene aperto il filo con Washington; gli Stati Uniti inviano un messaggio riservato a Mosca senza ammetterne il contenuto; il Vaticano bussa a una porta che non si era aperta da anni. Nessuno degli attori, per ora, sembra disposto a fare il passo decisivo. Ma il fatto che tutti stiano bussando — anche solo per poche ore — dice che qualcosa, sotto la superficie, si muove.

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