Malala ai talebani: «Non avete nulla da festeggiare». Cinque anni di apartheid per le donne afghane
Nel quinto anniversario del ritorno dei talebani al potere, l'attivista pakistana pubblica un video sui social e chiede che l'apartheid di genere sia riconosciuto come crimine internazionale.
Il 15 agosto 2026 cade il quinto anniversario del ritorno dei talebani al potere in Afghanistan, avvenuto nell'agosto 2021 dopo il ritiro delle forze statunitensi e della NATO. Una data che il regime ha celebrato come una vittoria. Malala Yousafzai non la vede così: la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la Pace — riconoscimento ricevuto nel 2014, a soli diciassette anni — ha pubblicato in queste ore un video sui social media in cui rivolge un messaggio diretto ai talebani. «Non avete nulla da festeggiare», ha detto. «L'apartheid delle donne non sarà più tollerato».
Malala, attivista pakistana sopravvissuta a un attentato talebano nel 2012 per il suo impegno nel diritto all'istruzione delle ragazze, ha usato parole nette. Nel video ha denunciato che le autorità di Kabul non considerano le donne «esseri umani» e che il sistema di controllo che hanno costruito su di loro costituisce un vero e proprio apartheid di genere, mascherato da giustificazioni culturali e religiose. Ha respinto quella lettura: quelle politiche, ha affermato, non sono islamiche, sono violazioni dei diritti umani. Da qui il suo appello ai leader musulmani di tutto il mondo: non legittimare il governo talebano, mostrate leadership opponendovi alle restrizioni imposte a donne e ragazze. E alla comunità internazionale ha chiesto un passo concreto: riconoscere l'apartheid di genere esplicitamente come crimine ai sensi del diritto internazionale.
Le cifre che emergono dal dossier sulle condizioni delle donne afghane restituiscono una realtà difficile da comprimere in poche righe. Dal 2021 ad oggi le autorità talebane hanno emesso oltre cento decreti che limitano sistematicamente i diritti di donne e ragazze. 2,4 milioni di ragazze sono escluse dall'istruzione secondaria: l'Afghanistan è l'unico paese al mondo a vietare in modo sistematico alle ragazze di frequentare la scuola oltre la sesta elementare e alle donne di accedere all'università. Sul fronte del lavoro, solo il 7% delle donne risulta impiegato, contro l'84% degli uomini; la maggior parte dei settori — dal servizio civile alle organizzazioni non governative, fino ai saloni di bellezza — è preclusa per decreto. Le donne non possono uscire di casa senza un tutore maschile, né percorrere più di settanta chilometri senza di lui. Parchi, palestre e bagni pubblici sono stati chiusi alle donne. La metà delle afghane riferisce di lasciare la propria abitazione soltanto una o due volte al mese.
Il Decreto n. 12 ha abolito l'uguaglianza legale tra uomini e donne, attribuendo ai mariti autorità legale sulle mogli e restringendo l'accesso femminile alla giustizia. Il Decreto n. 18 rende assai più difficile per una donna separarsi dal marito, pur mantenendo per l'uomo il diritto unilaterale al divorzio. È legale, in Afghanistan, che un uomo picchi moglie o figlia. A marzo 2024 è stato emanato un ordine che prevede la lapidazione a morte per le donne accusate di «crimini morali». Il Ministero degli Affari Femminili è stato sostituito dal Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio; la Commissione Indipendente per i Diritti Umani è stata sciolta; i tribunali specializzati contro la violenza sulle donne sono stati smantellati.
Le conseguenze sulla salute mentale sono documentate: sette donne su dieci descrivono il proprio stato come «cattivo» o «molto cattivo». Oltre 10,7 milioni di donne e ragazze necessitano di assistenza umanitaria nel 2026. Le Nazioni Unite e i principali organismi internazionali per i diritti umani hanno già definito la situazione «apartheid di genere» e un potenziale crimine contro l'umanità. Resta aperta — e sempre più urgente, secondo Malala — la questione della normalizzazione internazionale: quanti governi e quante istituzioni stanno di fatto riconoscendo o allacciando rapporti con il regime di Kabul senza condizionare quei contatti al rispetto dei diritti fondamentali.