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Ceuta, Schengen e il boomerang dei «casi Dublino»: l'Europa risponde all'Italia
Foto: UK Government / Wikimedia Commons, CC BY 2.0
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Ceuta, Schengen e il boomerang dei «casi Dublino»: l'Europa risponde all'Italia

Dopo la mossa di Roma, Austria, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi si schierano — ma annunciano anche il rinvio dei richiedenti asilo in Italia.

La Redazione ·22 agosto 2026 9:06 ·4 min di lettura

Quello che il governo italiano aveva presentato come uno scudo era destinato, almeno in parte, a trasformarsi in un rientro di fiamma. La sospensione parziale degli accordi di Schengen annunciata da Roma il 31 luglio 2026 — pensata per arginare eventuali ripercussioni della crisi migratoria di Ceuta — ha innescato una reazione a catena in Europa che va ben oltre la risposta simmetrica della Spagna. Austria, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi si sono schierati, a parole, con la linea italiana, riconoscendo che Madrid avrebbe «fallito» nella protezione del confine esterno dell'area Schengen. Ma questi stessi paesi hanno anche annunciato l'intenzione di rinviare in Italia i cosiddetti casi Dublino: richiedenti asilo che, secondo le regole europee, devono essere trasferiti nel primo paese dell'Unione in cui hanno fatto ingresso o presentato domanda.

Tutto è cominciato tra il 30 e il 31 luglio scorso, quando oltre 70.000 migranti hanno attraversato il confine dal Marocco nell'exclave spagnola di Ceuta, a nuoto intorno alle barriere di Tarajal e Benzú o a piedi lungo la costa. Le autorità spagnole avevano inizialmente stimato circa 50.000 attraversamenti, poi rivisti al rialzo a circa 72.000. Gran parte di loro — 69.500, secondo le cifre diffuse da Madrid — sarebbe stata rimpatriata in Marocco in modo definito «volontario», anche se Human Rights Watch ha documentato che migliaia di persone sono rimaste per settimane senza riparo adeguato, cibo o servizi igienici. A inizio agosto, si stimava che tra 2.500 e 5.000 persone si trovassero ancora nell'exclave. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha attribuito la crisi alle bande di trafficanti e a una sentenza della Corte Suprema spagnola dell'8 luglio 2026, che ha stabilito che la procedura di rimpatrio immediato dei migranti non autorizzati vale solo se questi hanno scavalcato una barriera fisica, non se sono arrivati via mare.

Il governo Meloni ha risposto annunciando la sospensione temporanea di Schengen per i collegamenti marittimi e aerei con la Spagna, definita «straordinaria» dalla premier e «ineludibile» dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale ha aggiunto che la crisi di Ceuta conferma come la gestione dei confini dell'Unione sia «una responsabilità condivisa». La misura, inizialmente prevista per un mese, è tuttora in valutazione per un'eventuale proroga oltre la prima settimana di settembre se la situazione non si normalizzerà. La Spagna ha reagito con durezza: il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha convocato l'ambasciatore italiano a Madrid, ha definito le misure «ingiuste, contrarie agli interessi dell'UE e discriminatorie» — un «siluro sparato contro lo scafo dell'unità europea» — e l'8 agosto ha introdotto controlli speculari per i viaggiatori provenienti dall'Italia, in vigore fino al 7 settembre 2026. Sánchez ha anche ricordato che i dati Frontex mostrano come l'Italia abbia registrato più ingressi irregolari della Spagna tra il 2021 e il 2026.

Il fronte nord-europeo e l'effetto boomerang

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Il quadro si è complicato con l'allineamento — almeno formale — di altri paesi. Il ministro degli Interni finlandese Mari Rantanen ha dichiarato che la Spagna ha «completamente fallito» nella protezione del confine esterno Schengen, sostenendo che i paesi inadempienti non possono restare nell'area. Il cancelliere austriaco Christian Stocker ha parlato di «chiaro segnale di avvertimento» e di disponibilità a chiudere i propri confini in caso di pressione. Il premier svedese Ulf Kristersson ha chiesto a Madrid di rispettare gli impegni, mentre i Paesi Bassi hanno definito la situazione «preoccupante» e rafforzato i propri controlli. In tutto, otto paesi europei — tra membri UE e non — hanno sospeso o rafforzato la libera circolazione nell'area Schengen: oltre ai già citati, anche Germania, Francia, Danimarca, Norvegia, Slovenia e Svizzera hanno adottato misure simili o dichiarato intenzioni in tal senso. La Repubblica Ceca si è spinta a chiedere la sospensione temporanea dell'adesione spagnola a Schengen.

Ma è proprio da questi paesi che arriva la complicazione più significativa per Roma. Germania, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi e Svizzera hanno annunciato l'intenzione di rinviare in Italia i richiedenti asilo che, secondo le regole europee, rientrano nella giurisdizione italiana. La Commissione europea ha riferito che nel primo mese di applicazione del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo — entrato in vigore il 12 giugno 2026 — otto Stati membri hanno già presentato richieste di trasferimento verso l'Italia, e che «12 trasferimenti sono stati richiesti e l'Italia li ha respinti». Un accordo bilaterale firmato nel dicembre 2025 tra Roma e Berlino aveva già riavviato l'applicazione delle regole di Dublino, sospese di fatto dal governo italiano nel 2022: la Germania ha pianificato di trasferire una donna somala in Italia, primo caso dal dicembre di quell'anno.

Meloni ha tenuto a precisare che «Schengen e il Patto sulla Migrazione e l'Asilo sono due cose completamente diverse», aggiungendo che le nuove norme offrirebbero maggiore protezione ai paesi di primo ingresso e faciliteranno i rimpatri accelerati grazie al rafforzamento del principio del «paese terzo sicuro». Ma la distinzione giuridica, per quanto fondata, non elimina la pressione politica e pratica: l'Italia rischia di vedersi recapitare, nelle prossime settimane, un numero crescente di richiedenti asilo da nord, proprio mentre cerca di blindare il fronte meridionale. Per i cittadini europei che viaggiano tra Italia e Spagna, nel frattempo, la situazione concreta è fatta di controlli documentali aggiuntivi sulle rotte aeree e marittime, con scadenze che i rispettivi governi si sono riservati di aggiornare a seconda dell'evoluzione della crisi.

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